31 mar 2008

Fatelo per voi stessi

di Subbaqquo in Analisi scientifica del metodo universitario

Dal libro “Analisi scientifica del metodo universitario”, di K. Fitzstrobel e R. Tagaserod. Capitolo primo, pagine 15-17, “Introduzione al mondo accademico”. (Puntate precedenti)

[...] è possibile quindi affermare che il mondo accademico non è affatto conformato con la realtà lavorativa, né con qualsiasi altro tipo di realtà.
Questo è facilmente osservabile, e proprio tale osservazione di provenienza empirica conduce ad una conclusione chiara fin dall’inizio: frequentare l’università non è utile, se non a ricevere un qualche tipo di attestato non meglio specificato. Gli autori hanno scritto non a caso “chiara fin dall’inizio”, perché tale crudele conclusione, sebbene velata da tutti, è candidamente ammessa persino dai vocabolari, ed infatti la definizione di universit๠è:

istituto didattico e scientifico di ordine superiore, articolato in più facoltà secondo varie specializzazioni, che conferisce un diploma di laurea al termine del corso di studi.

Nessun riferimento alla realtà lavorativa, quindi.
Ed infatti se si pensa che il lavoro è definito come¹ l’impiego di energia diretta ad un fine determinato, è pressoché limpido che ciò sia l’esatto contrario del metodo universitario.

Questa affermazione è giustificata da varie motivazioni, ma soprattutto, ad opinione degli autori, da una semplice osservazione: nelle università il fine non è minimamente determinato.
Il fine recepito nel mondo accademico dai fruitori dello stesso è ciò che di più sfuggevole ed impalbabile si possa immaginare.
Dimostrazione di ciò è l’inconsapevolezza di ogni studente del lavoro che lo attende.
Se il fine, infatti, è il lavoro, allora tale lavoro è indeterminato (non nel senso contrattuale, che già sarebbe un passo avanti) in quanto pare che ogni ramo di specializzazione in realtà non specializzi in un’attitudine lavorativa, ma in un insieme non meglio definito di conoscenze, che in casi fortunati e rari riguardano un campo abbastanza circoscritto di occupazioni professionali.
Tali conoscenze, però, non sono quasi mai collegate con il mondo reale dal filo di necessità che il sistema accademico richiederebbe.

Se il fine, invece, è la conoscenza (o culois – cfr. cap. 2 pagg. 23-25) , allora giova ricordare che se la conoscenza è fina a se stessa allora non esiste² e, in ogni caso, non garantisce successo accademico (cfr. cap. 2 pagg. 23-25) né professionale (cfr. cap. 9 pagg. 134-144).
È utile portare avanti, per un momento, tale discorso sulla conoscenza fina a se stessa, pare infatti che l’intero mondo accademico sia, oggigiorno, portato ad intendere se stesso proprio come fornitore di tale, inutile, preparazione autoreferenziale.
Le conseguenze di tale attitudine sono facilmente rintracciabili nel continuo fiorire di facoltà e specializzazioni orientate alle più fantasiose e insondabili branche della fuffologia.
Nel nome di queste facoltà, ironia della sorte, si ricorre sempre alla parola Scienza apposta al presunto identificativo del filo conduttore del percorso di laurea (ad es. Scienze della Comunicazione, Scienze Umane, Scienze Gastronomiche, Scienze della Terra, Scienze della Formazione, Scienza delle Arti, Scienze delle Religioni, Scienze delle Produzioni Vegetali, Scienze Politiche, Scienze della Consulenza del Lavoro, Scienze Manageriali, ecc.), creando in questo modo un magnifico esempio di antitesi, intendendo quest’ultima come figura retorica nel senso letterario.

Purtroppo anche facoltà e specializzazioni storiche e meno trascendenti i bisogni reali della società accusano tale colpo. Si assiste così al fenomeno secondo cui esami fondamentali e specifici dei corsi di laurea in oggetto possono essere tranquillamente (ma tragicamente) estromessi dal personale piano di studi (stupefacente logica quella secondo cui è lo studente a decidere cosa imparare scegliendo gli esami da sostenere, lo stesso studente che si affida all’università per apprendere ciò che serve per affrontare il mondo del lavoro) in favore di improbabili esami dai nomi più congeniali, come “Struttura delle merendine” e “Fictionologia applicata”.

Sia clemente il lettore con gli autori, se essi si concedono per un attimo all’ironia, affermando che sarebbe più corretto, a questo punto, raggruppare tutte le facoltà in un solo grande mbuto³ contenitore, in cui ogni studente può creare liberamente un suo personalissimo piano di studi, che lo conduca al suo personalissimo stato di disoccupazione acculturata.

Sfatato il mito dell’università che prepara al mondo del lavoro, bisogna maggiormente analizzare in che modo tale mondo aiuta chi lo frequenta (in maggioranza studenti, ma anche professori, ricercatori, impiegati amministrativi, personale di servizio, ecc.). È doloroso constatare che la pratica abituale nel sistema universitario è non aiutare nessuno.

W i Subbaqqui…

¹ Dal De Mauro-Paravia.
² Cit. da La porta dell’anima.
³ Cit. da Rieducational Channel.

17 mar 2008

Pasqua con Mantegna

di Subbaqquo in Personali

Buona settimana santa a tutti, spero che riusciate a sfruttare al meglio questi ultimi giorni per prepararvi alla Pasqua. Auguri ai lettori, agli analfabeti, a quelli di passaggio, a quelli che di qui non passeranno mai ed a tutte le vostre famiglie.



Il rieducational blog sarà a riposo fino a data indeterminata (in quanto indeterminabile).

W i Subbaqqui…

P.S.: e non esagerate a pasquetta, pensate a me che probabilmente rimarrò a casa (anche se in buona compagnia :D ).

12 mar 2008

Sperando non sia inutile

di Subbaqquo in Personali

Non ho smesso di documentarmi sull’evoluzionismo nel tempo trascorso. Evidentemente, grazie a Dio, ho altre cose da fare ed a cui ritengo che sia più giusto dedicare del tempo rispetto a questa pseudo-teoria pseudo-scientifica.

Le conclusioni a cui sono arrivato, convinzioni personali anziché no, sono apertamente dichiarate negli aggettivi usati a conclusione del precedente periodo.
Se chi crede in essa non sa citare che queste evidenze: lo studio dei resti fossili (non sono ancora stati ritrovati fossili di anelli di congiunzione tra le varie specie), le somiglianze e le differenze tra specie simili in diverse aree geografiche (cosa c’è di scientifico?) , le evidenze prodotte dall’anatomia e dall’embriologia comparata (come se non fosse normale che per far funzionare organismi che devono stare in uno stesso ambiente e nutrirsi delle stesse cose si possa ricorrere ad eguali soluzioni ottimali), le notevoli somiglianze nella composizione chimica e nelle strutture del corpo (quali? che siamo fatti dalle stesse cose? ben prima degli organi ci sono gli atomi e dentro di loro ancora molto altro, sta a vedere che noi uomini siamo della stessa famiglia delle pietre, fatte di atomi anch’esse), non mi sento molto convinto.

Soprattutto a leggere che L’origine “scimmiesca” dell’uomo trova una conferma nell’analisi del DNA: il nostro e quello dello scimpanzè sono identici per più del 98 per cento sinceramente mi vien da sorridere. Considerando che questo numero non si sa da dove arrivi (per lo meno sulla rete non si trova da dove questi dati siano stati presi), che ci sono diverse ipotesi sul numero reale dei geni che formano il DNA umano e che il progetto genoma umano pare abbia dimostrato che il 98,5% del DNA è spazzatura. Forte vero? Non lasciatevi ingannare dal nome, in realtà quel 98,5% probabilmente serve, solo che essendo evoluzionisticamente illogico non è ancora stato studiato. Possiamo dire che la somiglianza scimmia/uomo ha avuto più una valenza politico/simbolica che altro, insomma.

Tra l’altro è fin troppo facile notare il giochetto perpetrato dai razionalisti dell’UAAR, secondo cui è l’origine scimmiesca a trovare conferma nella percentuale, quando sarebbe logico il contrario, ammesso per assurdo che quella percentuale possa essere considerata una prova di qualcosa.

Ma adesso sto dilagando, con questo post non volevo certo prolungare la solfa. Certo che sitarelli come quello dell’UAAR danno divertimento (tra l’altro la pagina si chiama “Per la laicità dello stato: Evoluzionismo”, sigh).

Quello che mi premeva specificare, che evidentemente non era chiaro nei primi post, è:

  1. non so se la teoria evoluzionista è giusta o no, al momento posso dire tranquillamente che non mi interessa, da semplice ingegnere non ho trovato prove convincenti della sua veridicità e, essendomi informato, sono propenso a dire che sia sbagliata in molte sue parti;
  2. lo scopo della serie di post sull’evoluzionismo non è cercare di convincere qualcuno del primo punto, né fondare una nuova teoria sull’origine delle specie, è semplicemente un tentativo di far capire che una teoria non dimostrata è cosa diversa dal fatto scientifico insegnato nelle scuole, il fatto è che non ci sono prove certe a sostegno di tutte le implicazioni dell’evoluzionismo;
  3. l’anomalia dell’evoluzionismo la si può ben leggere nel secondo punto, scrivendo che non ci sono prove certe a sostegno di tutte le implicazioni di una teoria, non si sarebbe mai portati a concludere che la teoria è da buttare, semmai da limare. Questo, però, vale con le teorie scientifiche, non con una teoria che prevede di riconoscere il perché della vita nel caso, infatti è per sostenere questo assioma che sono nate molte delle implicazioni indimostrate dell’evoluzionismo;
  4. le conseguenze storiche, filosofiche, religiose e chi più ne ha più ne metta che una tale teoria porta con sé non la porranno mai in un contesto di sana discussione scientifica, c’è troppo altro;
  5. ci sono molte altre teorie da affiancare all’evoluzionismo, tutte teorie che non sono del tutto comprovate come non lo è la prima, quindi non vedo perché una debba essere privilegiata rispetto alle altre, non è la natura che sta dando ragione all’evoluzionismo, è l’evoluzionismo che piano piano si sta adattando affinché le nuove scoperte non dimostrino il suo carattere tuttora indimostrato;
  6. tutto quello che ho scritto, lo ribadisco per l’ultima volta, con la mia fede non c’entra nulla: non ci sarebbero problemi ad accettare che vengo da una scimmia (se solo qualcuno me lo dimostrasse), non ci sarebbero problemi ad accettare che Dio ha creato prima lei per poi “farla diventare” me, l’unico problema sarebbe nel sostituire indiscriminatamente il caso a Dio (proprio quello che sospetto l’evoluzionismo sia stato “guidato” nei secoli a fare), ma questo problema non si pone per ora, e non si porrà fino a quando qualche scienziato non riuscirà a dimostrare che la vita può nascere da un sistema inorganico, o come possano essersi sviluppate le proteine che formano il DNA, che hanno bisogno della preesistenza del DNA per codificarsi (non vale spostare il problema sull’RNA, come va di moda oggi, il problema rimane perché anche le proteine che formano l’RNA hanno bisogno di essere codificate), insomma che mi si dimostri chi è nato prima di chi, prima di sbandierare una teoria come certa.

Fatevi una vostra idea, se volete, ma che sia vostra.

W i Subbaqqui…

11 mar 2008

Dietrologia

di Subbaqquo in Numeri periodici

Avete presente quando sei lì che ti abitui? Lentamente, ma inesorabilmente?
Ebbene io mi ero abituato. Il Subbaqquo si era abituato a seguire le lezioni in single player. Cioè praticamente da solo, visto che a frequentare la specialistica di elettrica, del mio indirizzo, siamo solo in quattro. Tra l’altro le presenze di uno dei quattro sono meno frequenti di uno tsunami.
E siccome modestamente io sono il più brillante (?!) tocca sempre a me rispondere alle domande dei prof evidentemente incerti della nostra attenzione. Incertezza motivata dai volti sconvolti dei poveri quattro fessi malcapitati di cui sopra.
Tutto sommato non mi dispiaceva la situazione: potevo arrivare tardi tanto c’era posto, era facile prendere appunti tanto non c’era casino, il prof era più umano ed affabile tanto eravamo pochi e si instaurava un rapporto più padre-figlio rispetto al classico zeus-pirla. Abbiamo la grafica:

Erano giorni tranquilli insomma. E mi ci ero abituato.
Ma poi arrivò il secondo semestre e, con una buona dose di incoscienza, il Subbaqquo decise di inserire nel suo piano di studi un esame come “Macchine a fluido” a scelta. Sì, avete letto bene, a scelta. Convinto da uno dei prof padre-figlio di cui sopra. Che convinse anche gli altri tre specializzandi.
L’esame è interessante, non sembra troppo ostico (per lo meno in confronto a quelli già affrontati), ma soprattutto sono tornato a seguire in multiplayer. Anzi, in massive player direi.
Infatti il corso di cui sopra è nel piano di studio degli ing. chimici (il numero di iscritti dei quali sta a quello degli elettrici come il numero dei politici idioti a quello degli efficienti).
Ora si dà il caso che il 70% dei frequentanti il corso di quest’anno sia di sesso femminile (incredibile novità per i quattro pirla di cui sopra, ovviamente tutti maschi), e di tale percentuale possiamo dire che un buon 50,3% (il tre, per giunta, è periodico) sia anche gradevole alla vista. In alcuni casi estremamente gradevole (è quel tre di prima).

In questo secondo semestre sto osservando strani fenomeni.

Il pettine.
Gli altri tre specializzandi riescono a pettinarsi per andare a lezione (persino quando si tratta della prima ora -8:30- argh!). Addirittura si possono osservare vere creazioni artistiche ingellate. Incredibile.

La camicia.
I colleghi ne hanno almeno quattro o cinque. Incredibilmente riescono persino ad abbinarle al golfino con scollatura a v di turno. Persino cinta e scarpe son dello stesso colore, e i pantaloni non sono sdruciti. Buona pace alle inossidabili felpe sfoggiate quotidianamente fino a prima della sessione di esami.

Il deodorante.
Ora tutti lo usano. E le fragranze si mescolano nell’aere, durante la lezione, con effetti devastanti sulla stabilità intellettiva di eventuali colleghi o colleghe (di chimica) sedute in vicinanza.

L’euforia.
Meraviglioso vedere tali visi gioiosi di prima mattina. Quando ci recavamo a seguire Impianti Elettrici II in quattro non accadeva mai. A chi li vedeva arrivare in facoltà credo venisse seriamente il dubbio se fosse il caso di consolarli o di arrendersi ed ucciderli per non farli più soffrire.

I posti.
La prenotazione degli stessi non avviene più con la ferrea logica del:

  • ho studiato -> mi metto davanti per prender bene appunti;
  • non ho studiato -> meglio dietro per evitare eventuali domande dal prof con conseguente figura fecale;

bensì con la logica del:

  • facciamo prima sedere le rispettabilissime colleghe, poi scegliamo le più meritevoli e concediamo loro la nostra compagnia ravvicinata.

Il Subbaqquo sta dimostrando di essere immune a codeste influenze:

  • continua a non pettinarsi (i riccioli nature alla fine fanno ancora più colpo del gel) e a non radersi la barba (vuoi mettere il fascino dell’uomo un po’ trascurato?);
  • non ha mai portato una camicia in vita sua a lezione in università, anzi non ne ha mai trasportate da Sambuceto a l’Aquila (fatta eccezione per quella inglobata nel vestito pro-laurea), i suoi pantaloni hanno sempre la piega tipica di quando li abbandoni su una sedia invece di piegarli o riporli nell’armadio;
  • Subbaqquo ha sempre pensato che fosse meglio lavarsi piuttosto che usare il deodorante, di conseguenza (fatta eccezione per la lezione del giovedi pomeriggio¹) standogli vicino potete annusare semplicemente aria senza profumi né puzze estranee;
  • l’euforia è presente ed immutata, tale e quale al semestre scorso, perché evidentemente non dovuta a motivazioni riguardanti l’università;
  • il Subbaqquo si è sempre seduto dove gli altri occupavano un posto per lui, in caso non ci fosse un siffatto posto va bene il primo libero vicino alla porta.

I casi della vita.

W i Subbaqqui…

P.S.: Questo post mi ricorda che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

¹Avendo lezione di pomeriggio e potendo stare la mattina a casa, di giovedì il Subbaqquo si dedica alla creazione dei suoi famosi sughi. In quella lezione, standogli vicino, potreste sentire anche odore di cibo.

07 mar 2008

La passione del micromorbidoso

di Subbaqquo in Linux & Ubuntu

Visto che siamo in quaresima, lo prendo come un sacrificio. Sprituale e corporeo.

E’ il secondo pomeriggio che perdo a rimettere a posto lo stesso portatile (non mio), ovviamente con il grandioso Windows XP che ovviamente si era gradiosamente imbaldracchito autonomamente!

Formattazione e reinstallazione dell’intero sistema operativo.
Dopotutto era durato quasi due anni, un record per un so di casa Microsoft.

Ricerca disperata dei circa cinque miliardi e trecentoventiquattromila virgola tre (periodico) driver e loro installazione (ovviamente qualche periferica in conflitto rimane sempre ed il nervoso sale), download degli altrettanti aggiornamenti importantissimi di Windows e loro installazione ed estirpazione totale di messenger (tre volte, resuscitava ad ogni aggiornamento) e della simpaticissima guida all’avvio di Windows mi hanno completamente distrutto.

Non ci ero più abituato a tutto questo casino. No, no.

Al prossimo che mi risponde che linux è difficile da usare gli chiedo se ha mai installato Windows su un computer. Per rendere il mio portatile funzionante e con tutti i programmi minimi già installati (open office & co.) con la live di Ubuntu ci ho messo una ventina di minuti. Procedimento tutto grafico ovviamente. E i driver ci sono già tutti, al massimo serve un clic se si vogliono usare i driver proprietari della scheda video, ma non bisogna mica andarli a cercare.
Con XP ci vuole minimo mezz’ora solo per copiare il sistema operativo sull’hard disk, per poi cominciare con la trafila suddetta. E non hai ancora nessun software installato. A parte l’inutilizzabile Outlook e il colabrodo Explorer.
E dovrei pure pagarlo un software del genere?
Ma andate a lavorare, andate!
A ciapà i ratt!


W i Subbaqqui…