Fatelo per voi stessi
di Subbaqquo in Analisi scientifica del metodo universitario
Dal libro “Analisi scientifica del metodo universitario”, di K. Fitzstrobel e R. Tagaserod. Capitolo primo, pagine 15-17, “Introduzione al mondo accademico”. (Puntate precedenti)
[...] è possibile quindi affermare che il mondo accademico non è affatto conformato con la realtà lavorativa, né con qualsiasi altro tipo di realtà.
Questo è facilmente osservabile, e proprio tale osservazione di provenienza empirica conduce ad una conclusione chiara fin dall’inizio: frequentare l’università non è utile, se non a ricevere un qualche tipo di attestato non meglio specificato. Gli autori hanno scritto non a caso “chiara fin dall’inizio”, perché tale crudele conclusione, sebbene velata da tutti, è candidamente ammessa persino dai vocabolari, ed infatti la definizione di universit๠è:
istituto didattico e scientifico di ordine superiore, articolato in più facoltà secondo varie specializzazioni, che conferisce un diploma di laurea al termine del corso di studi.
Nessun riferimento alla realtà lavorativa, quindi.
Ed infatti se si pensa che il lavoro è definito come¹ l’impiego di energia diretta ad un fine determinato, è pressoché limpido che ciò sia l’esatto contrario del metodo universitario.
Questa affermazione è giustificata da varie motivazioni, ma soprattutto, ad opinione degli autori, da una semplice osservazione: nelle università il fine non è minimamente determinato.
Il fine recepito nel mondo accademico dai fruitori dello stesso è ciò che di più sfuggevole ed impalbabile si possa immaginare.
Dimostrazione di ciò è l’inconsapevolezza di ogni studente del lavoro che lo attende.
Se il fine, infatti, è il lavoro, allora tale lavoro è indeterminato (non nel senso contrattuale, che già sarebbe un passo avanti) in quanto pare che ogni ramo di specializzazione in realtà non specializzi in un’attitudine lavorativa, ma in un insieme non meglio definito di conoscenze, che in casi fortunati e rari riguardano un campo abbastanza circoscritto di occupazioni professionali.
Tali conoscenze, però, non sono quasi mai collegate con il mondo reale dal filo di necessità che il sistema accademico richiederebbe.
Se il fine, invece, è la conoscenza (o culois – cfr. cap. 2 pagg. 23-25) , allora giova ricordare che se la conoscenza è fina a se stessa allora non esiste² e, in ogni caso, non garantisce successo accademico (cfr. cap. 2 pagg. 23-25) né professionale (cfr. cap. 9 pagg. 134-144).
È utile portare avanti, per un momento, tale discorso sulla conoscenza fina a se stessa, pare infatti che l’intero mondo accademico sia, oggigiorno, portato ad intendere se stesso proprio come fornitore di tale, inutile, preparazione autoreferenziale.
Le conseguenze di tale attitudine sono facilmente rintracciabili nel continuo fiorire di facoltà e specializzazioni orientate alle più fantasiose e insondabili branche della fuffologia.
Nel nome di queste facoltà, ironia della sorte, si ricorre sempre alla parola Scienza apposta al presunto identificativo del filo conduttore del percorso di laurea (ad es. Scienze della Comunicazione, Scienze Umane, Scienze Gastronomiche, Scienze della Terra, Scienze della Formazione, Scienza delle Arti, Scienze delle Religioni, Scienze delle Produzioni Vegetali, Scienze Politiche, Scienze della Consulenza del Lavoro, Scienze Manageriali, ecc.), creando in questo modo un magnifico esempio di antitesi, intendendo quest’ultima come figura retorica nel senso letterario.
Purtroppo anche facoltà e specializzazioni storiche e meno trascendenti i bisogni reali della società accusano tale colpo. Si assiste così al fenomeno secondo cui esami fondamentali e specifici dei corsi di laurea in oggetto possono essere tranquillamente (ma tragicamente) estromessi dal personale piano di studi (stupefacente logica quella secondo cui è lo studente a decidere cosa imparare scegliendo gli esami da sostenere, lo stesso studente che si affida all’università per apprendere ciò che serve per affrontare il mondo del lavoro) in favore di improbabili esami dai nomi più congeniali, come “Struttura delle merendine” e “Fictionologia applicata”.
Sia clemente il lettore con gli autori, se essi si concedono per un attimo all’ironia, affermando che sarebbe più corretto, a questo punto, raggruppare tutte le facoltà in un solo grande mbuto³ contenitore, in cui ogni studente può creare liberamente un suo personalissimo piano di studi, che lo conduca al suo personalissimo stato di disoccupazione acculturata.
Sfatato il mito dell’università che prepara al mondo del lavoro, bisogna maggiormente analizzare in che modo tale mondo aiuta chi lo frequenta (in maggioranza studenti, ma anche professori, ricercatori, impiegati amministrativi, personale di servizio, ecc.). È doloroso constatare che la pratica abituale nel sistema universitario è non aiutare nessuno.
W i Subbaqqui…
¹ Dal De Mauro-Paravia.
² Cit. da La porta dell’anima.
³ Cit. da Rieducational Channel.





