18 apr 2008

A cosa ti ritrovi a pensare, a volte?

di Subbaqquo in Personali

“Il momento della propria morte è il coronamento della propria esistenza e un dono che si fa a chi resta, per aiutarli a vivere comprendendo il valore della morte.
L’unica esperienza che si può avere della morte è quella degli altri, dato che nessuno può raccontare la propria morte. Si muore per gli altri, per quelli che restano, testimoni della nostra esistenza nel suo momento più solenne ed importante.
[...] Il paradosso della morte è che così questa diventa positiva perché il morente fino all’ultimo non pensa a se stesso, ma agli altri, a quello che sarà il significato della sua morte per gli altri.

[...] L’uomo possiede molte più potenzialità di quante normalmente appaiono. Ogni tanto nella vita dell’individuo queste capacità fanno capolino nei momenti di emergenza, quando, di fronte a situazioni impreviste che costringono l’uomo a donarsi, si scoprono energie finora sconosciute, forze inaspettate e capacità d’amore inesplorate. Nel breve arco della sua esistenza terrena l’uomo non ha possibilità di sviluppare tutte le sue potenzialità. Con la morte tutte queste capacità ed energie saranno completamente liberate e sviluppate e permetterann0 la definitiva crescita della persona.

[...] La vita dell’uomo, infatti, non viene trasformata dopo la morte, ma ha già iniziato nel corso dell’esistenza dell’individuo la sua trasformazione.
In ogni uomo arriva un punto della sua vita nel quale l’armonica crescita della persona nella sua componente biologica e quella spirituale e morale subisce una metamorfosi.
Con gli anni, mentre la maturità della persona cresce e si consolida, il corpo inizia il suo lento inesorabile cedimento fino al disfacimento definitivo.
Se fino ad una data età l’individuo era cresciuto in maniera armonica e graduale ed allo sviluppo del corpo si accompagnava anche lo sviluppo dell’intelletto, della morale, della spiritualità, di quello che rende una persona tale, arriva un momento dell’esistenza in cui la parte biologica, raggiunto il suo apice, inizia un graduale declino, mentre la parte detta spirituale continua la sua crescita verso il massimo della sua potenza.
[...] All’inevitabile disfacimento della parte biologica corrisponde la pienezza della maturità, alla morte delle cellule la vita indistruttibile.
La morte non è più vista come una distruzione, ma come la trasformazione e la realizzazione della persona, proiettata verso quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo che Dio ha preparato per quanti lo amano (1 Cor 2,9).
[...] Con il messaggio di Gesù la morte cessa di mettere paura perché non indica più la fine della vita, ma un passaggio verso una dimensione più intensa della stessa. Quando la morte cessa di mettere paura, nella convinzione che il Cristo l’ha vinta per sempre, da momento temuto può perfino diventare desiderato [...].
Anche se [...] il morire è indubbiamente un bel momento, [...] nessuna scorciatoia sia consentita. Non deve essere infatti il pensiero della morte a illuminare la vita, ma la vita che illuminerà il momento della morte, non più considerata come una nemica dell’uomo, ma come la francescana sorella morte, la compagna di viaggio verso la pienezza della propria persona.”

Dal testo della conferenza tenuta da P. Alberto Maggi sulla morte a Padova il 29/11/2004.

W i Subbaqqui…

15 apr 2008

La vendetta è un piatto che va servito freddo

di Subbaqquo in Belpaese


Ho resistito dallo scrivere delle elezioni politiche italiane durante tutto il periodo di campagna elettorale, volete che ceda proprio adesso a giochi fatti?
Voglio aspettare, in realtà, ancora un pochino.
Intanto sarei lieto di sapere nei commenti cosa ne pensate voi.
Praticamente il corpo di questo post saranno i commenti. Innovativo, no?

W i Subbaqqui…

09 apr 2008

Jazz for you

di Subbaqquo in Musica

Essendovi oltremodo e con evidente (rozza da parte vostra, brillante da parte mia) sicurezza rotti le controballe di consigli musicali riguardanti esclusivamente musica classica, quest’oggi mi promulgo in due o tre (devo ancora deciderli) cenni su dischi di jazz vecchio stampo che dovreste sentire (e far sentire ai vostri figli, e ai figli dei vostri figli (e perché no, anche i vostri padri, nonni e bisnonni), per almeno settantasette generazioni).
Inoltre vorrei introdurre una novità, per ogni disco aggiungerò alla fine della breve descrizione il colore a cui mi fa pensare mentre lo ascolto. Solitamente funziona.

Lennie Tristano – Descent in to the Maelstrom (1952)
Questo LP è praticamente introvabile. Nei negozi.
Il disco è geniale (altrimenti che ve lo consiglierei a fare), il sound di quell’incredibile pianista che fu Tristano mi ha rapito subito. Basta la prima taccia, che è anche la titletrack, per capirlo: Descent in to the Maelstrom, ovvero 3 minuti e passa di pura atonalità.
Marrone sbiadito.

Sun Ra – Atlantis (1967)
Nel mondo del jazz l’artista in questione è sempre stato tra i più originali e dissacranti.
Atlantis, secondo me, è il miglior album che abbia mai sfornato (con la collaborazione dei suoi Arkestra). Non è per orecchie deboli, però, questo disco è totalmente astratto, non c’è punto di riferimento alcuno, soprattutto nella seconda parte dell’album, cioè Atlantis, unica traccia di più di venti minuti che dà il titolo al disco. Le prime cinque tracce sono perfette per abituare il cervello a questa ultima chicca finale.
Viola elettrico.

Albert Ayler – Spiritual Unity (1964)
Con questo album il sassofonista Ayler abbraccia completamente il free jazz (ed, ascoltandolo, come non possiamo farlo anche noi) e gli altri due componenti del suo trio lo accompagnano egregiamente (Peacock al contrabbasso e Murray alla batteria). Questo disco è così primitivo che a volte sembra di essere nella giungla, sentendolo.
Tarzan, però, ad Ayler gli fa una pippa.
Irrimediabilmente nero.

W i Subbaqqui…

08 apr 2008

Are you lonesome tonight?

di Subbaqquo in Personali

Il post che ho scritto ieri nessuno di voi normali lettori potrà capirlo mai, ma è meglio così perché in realtà vi svelo che al suo interno c’è un messaggio segreto per i rettiliani.

I rettiliani sono una stirpe di origine extraterrestre che ormai abita da tempo la terra e che hanno le peculiarità, non da poco, di cambiare forma (ma solo se bevono sangue umano) e di controllare segretamente il mondo intero (stai ponderando anche tu quello che sto ponderando io, Mignolo?).

Questi individui sono stati sgamati da David Icke, che ha scritto il libro (The Biggest Secret: The Book That Will Change the World) in cui vengono rivelate tutte le forze che guidano occultamente il mondo (tra cui, oltre ai lucertoloni, la setta degli illuminati, extraterresti, logge massoniche varie, gli ebrei e la Chiesa, ma solo quella cristiana).

Quest’uomo, grande scrittore britannico ed ex-giornalista e conduttore televisivo, adesso non è in pericolo di vita per aver sgamato tutta questa gentaglia pericolosa, non è sotto scorta 24 ore su 24 perché teme per la propria incolumità, visto che ha accusato pubblicamente esseri così potenti, ma si sta godendo i guadagni delle sue scoperte (o invenzioni che dir si voglia) e dei libri (15 ad ora) in cui ha pubblicato le sue idee.
Forse, tanto basta.

Eppure pare che la gente ci creda.

W i Subbaqqui…

P.S.: ho scritto questo post perché ieri sera, per caso, sono capitato sulle pagine di wikipedia che ho linkato più su, e mi è venuto da pensare che io posso scrivere cose senza senso ma non ci guadagno niente (avevo appena postato Memorie/a), mentre c’è gente che lo fa di continuo, ed è pure seguitissima da un nutrito gruppo di fans.

07 apr 2008

Memorie/a

di Subbaqquo in Personali


A pensarci bene non ne sarei sicuro, se non fosse che è appena successo.
Questo non è niente, però, in confronto a quello che sarebbe potuto succedere, se solo fossi stato meno attento, dopotutto poteva andare peggio, e non è detto che potrei scriverne nemmeno, ma perché no, potrebbe sembrare che in realtà non sono mica preoccupato; in questo modo potrebbe andare meglio.
Non è vero, però, non siamo mica qui a mentire o a prendere in giro qualcuno.
Quindi tanto vale ammetterlo, liberarsi di questo peso e non pensarci più, sganciarsi da problematiche così banali e sentirsi così leggeri e puliti. Non ci sarebbe niente di male, anzi.
Eppure non lo so.
Come fare, non lo so. Cosa dire o come scriverlo, non lo so.
Sarà forse che non ci sono parole, punteggiatura, grammatica appropriata. Che sarebbe in grado di esprimere, che reggerebbe l’impatto, che sia in grado di sostenere un tal peso.
Lasciamo stare, forse è meglio, e poi basta pensarci.
Sarebbe stato bello liberarsene, ma ora non è possibile. Un tal peso dovrà essere portato, ad ognuno il suo, dopotutto.
Chissà cosa si potrebbe pensare, cosa si potrebbe dedurre e magari immaginare di nuovo. A cosa porterebbe spingere fino all’estremo le conseguenze di una tal cosa.
Nessuno, però, ci dice che sia giusto farlo o scriverlo. Nessuno.
Meglio rimanere con questi pochi guai, forse, meglio non scrivere.
Ma chissà, magari un giorno.
Forse un microsecondo di tempo mi sembrerà più adatto, o forse sarò io che lo renderò meno piatto.
Dopotutto è colpa mia, nostra. Forse tua.
Sta di fatto che non mi ricordo di cosa avrei voluto scrivere, all’inizio.

W i Subbaqqui…