Linguerra
Scritto da Subbaqquo in Personali, addì 29 marzo 2009
Ovvero quando rispondendo alle domande inutili della mente di un subbaqquo si scatenano riflessioni sovracosmiche.
Mi sono chiesto perché mai in italiano utilizzassimo la parola guerra per esprimere l’idea di conflitto armato, o meglio, mi sono chiesto da dove venisse questa parola, visto che in latino a “guerra” dovrebbe corrispondere la parola “bellum”, ho fatto qualche ricerca per soddisfare la mia sete di sapere e cosa sono andato a scoprire?
Pare che la parola “guerra” sia di provenienza “barbara”, ossia fosse usata dai popoli nordeuropei per significare una zuffa, una mischia, insomma un combattimento disordinato.
La “guerra” disordinata è cosa propria dei popoli germanici (tedeschi, olandesi, ma anche l’inglese war ha la stessa radice), che non fa proprio per i latini, abituati al bellum, cioè al duello (duellum) o ai soldati che si scontrano in modo organizzato (proelium, da ra proelia, cioè “soldati armati”).
I Romani infatti combattevano in modo molto ordinato, squadroni contro squadroni, mentre la tattica dei barbari era molto diversa, ed anzi mirava proprio a creare confusione per avvantaggiarsi in combattimento.
Nelle lingue romanze il termine “bellum” venne abbandonato, in favore di quello germanico, sia perché poteva essere confuso con “bellus”, cioè bello (cosa che per i Romani avrebbe comunque avuto senso), sia perché in effetti la tattica di combattimento era meglio descritta dal nuovo termine: werra.
Sono due concetti di guerra in opposizione, che, come spesso accade per le lingue, rispecchiano il modo di pensare dei popoli nella storia. Nel caso specifico di questa parola il cambiamento nel modo di intendere l’uso delle armi e della forza, cambiamento alquanto triste.
Basti pensare che ovviamente non esisteva alcun tipo di guerriglia nel concetto di “bellum”, era una cosa che riguardava solo fazioni di soldati, senza alcun coinvolgimento di civili, diremmo noi oggi.
Su Etimo in conclusione alla voce corrispondente al lemma “guerra” c’è una delle definizioni più eleganti che abbia mai letto di questa parola: “Azioni di eserciti nemici che si offendono in ogni guisa, avendo per fine la vittoria; e in senso generale Dissidio tra due o più stati, il quale, non potendosi definire per via di giustizia, si definisce per via delle armi”.
Ah, guisa!
Tra l’altro anche questa parola è di provenienza tedesca.
W i Subbaqqui…
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Chi era presente, in modo indiscreto
Scritto da Riccardo Giuliani in Collaborazioni, addì 24 marzo 2009
Quando si dice “Imprimere una immagine negli occhi”!
Mi riferisco alla tela raffigurante la Virgen Morenita di Guadalupe; siamo in Messico, poco a nord di Città del Messico. È il 1531.
Un azteco convertito al cattolicesimo, mentre è sulla collina del Tepeyac, viene visitato da una giovane bellissima, che si presenta dicendo: “Io sono la Perfetta Sempre Vergine Maria, la Madre del Verissimo e Unico Dio”, e chiedendo che in quel punto fosse eretta una chiesa in suo onore.
Il tira e molla tra l’indigeno e il vescovo che tendeva a non credergli si risolse quando la Giovane Donna fece trovare dei fiori di Castiglia (fuori stagione: siamo in inverno) nel solito punto, che l’indio raccolse e portò nella propria tilma al vescovo.
Nell’aprire la tilma si formò l’immagine della Virgen Morenita difronte alla quale, stando alle cronache, il vescovo si sarebbe inginocchiato.
Tralasciando gli strani fenomeni legati alla innaturale resistenza del non-dipinto nel tempo, nonché la sua proverbiale capacità di sopravvivere ad incidenti di varia natura, mi soffermerei sulla scena scansita nelle pupille della Vergine; l’ingegnere peruviano José Aste Tonsmann ebbe modo di riconoscere cinque figure, tra cui un uomo inginocchiato con una lacrima che gli scende sulla guancia.
Ovviamente ci sono tante altre cose da dire, sia da parte di chi crede nell’apparizione (vedi a pagina 4 di questo giornale) sia da parte di chi rimane scettico (vedi l’articolo di wikipedia) che parla ad esempio del fenomeno della pareidolia.
Fatto sta che se si tratta di un dipinto, complimenti davvero al pittore perché su un tessuto rozzo e improponibile come poteva essere quello di una tilma all’epoca, quell’uomo (o quella donna) ha operato un vero miracolo artistico nonché chimico-fisico, perché a quanto pare, tra i contrari stranamente non si trova chi riesca a spiegare come possa un volgare falso resistere intatto per quasi 500 anni (sempre tralasciando i succitati incidenti di varia natura, che vi invito ad elencare).
Cose dell’altro Mondo!!
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Psicotest
Scritto da Subbaqquo in Personali, addì 16 marzo 2009
Quando io e Ruttolomeo uscimmo, ci volle qualche secondo prima che il fumo prodotto dalla macchina del tempo si diradasse.
In effetti non mi aspettavo assolutamente di assistere ad uno scenario del genere: la piana di Gaugamela era ormai deserta, ma si notavano chiaramente i segni della battaglia, da poco avvenuta.
<<Questa è stata l’unica possibilità della mia vita di viaggiare nel tempo e me la sono giocata così…>> pensai.
<<Sei un pippone>> disse Ruttolomeo <<sei riuscito ad arrivare in ritardo persino nel passato!>>
<<Adesso che facciamo?>> dissi sconsolato <<Magari possiamo andare a prenderci un gelato, vedo lì un carretto da gelataio!>>, ma era solo un’allucinazione dovuta alla terribile calura. Ruttolomeo si mise a ridere.
<<Magari possiamo andare a fare una nuotata, vedo lì una piscina!>>, ma anche questa era un’allucinazione.
<<Tutto quello che ti viene in mente di fare sembra essere un’allucinazione…>> disse Ruttolomeo. E aveva ragione lui, ma almeno in una cosa ci avevo azzeccato: me l’ero portato appresso.
Sconsolati e oppressi dal caldo, prima di pronunciare il classico <<Qui uno ci s’è morto>>, cosa che comunque nel bel mezzo di un ardente deserto suonava alquanto sinistra, ci scambiammo uno sguardo l’un l’altro e decidemmo di rientrare nella macchina del tempo per tornare al giorno presente.
Come ultima cosa decisi di fare una puzzetta in quel deserto, giusto per lasciare qualcosa di me nel 300 a. C.
<<È andata male, ma non fa niente>>.
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Evviva!
Scritto da Subbaqquo in Personali, addì 12 marzo 2009
Devo ammettere che un po’ sono emozionato: questo è il primo post nel nuovo Rieducational Blog!
Ne approfitto per dare a tutti voi il benvenuto e per invitarvi a lasciare commenti, segnalazioni e quant’altro riteniate opportuno su questo nuovo posto! Voglio sapere che ne pensate, voglio sapere se non funziona qualcosa…
W i Subbaqqui…
1 Commento
Quando 2 + 2 è pari a 2 + 3
Scritto da Riccardo Giuliani in Collaborazioni, addì 2 marzo 2009
Che cos’è un paradosso?
La scienza immanentista ci ripete fino alla nausea che la vita si è generata dalla non vita, e lo fa per scongiurare il malaugurato “caso” -Dio non voglia!- che nelle persone si generi un pensiero che contempli una realtà oltre la materia.
Ora… la scienza immanentista (sciemm) si basa per forza di cose su degli assunti, non dimostrabili; ciò è vero in quanto altrimenti dovremmo non accettare per buona alcuna cosa a questo mondo.
Non è questo il paradosso che voglio proporre, per quanto basterebbe a definire i suoi adepti dei volgari dogmatici.
Sciemm trova i suoi postulati inevitabilmente nella geometria, o meglio ancora negli assiomi: famosi sono quelli della geometria euclidea, ma ne esistono altri di altre geometrie; tutti hanno però il pregio, oltre all’indimostrabilità (deus ex machina), di non aver alcun corrispettivo nella fisica, o natura che dir si voglia.
Trattasi di categorie mentali presenti nell’uomo (in chi più, in chi meno) che permettono di costruire mezzi e sistemi grazie ai quali poter studiare e capire la natura.
Ora… l’uomo non è un concetto astratto, ma è per definizione un essere vivente; questo punto è importante.
Ancora non è chiaro dove voglio arrivare? Semplice.
L’uomo è un essere vivente, se non lo fosse non potrebbe concepire quelle categorie mentali chiamate assiomi, grazie alle quali la sciemm è nata nel corso dei secoli; ciononostante la sciemm pretende di poter spiegare razionalmente qualcosa che preesiste a quei concetti indimostrabili senza i quali la sciemm non esisterebbe.
L’ignoranza è forza.




