Della gestione universitaria in casi di emergenza

Scritto da Subbaqquo in Belpaese, addì 13 maggio 2009

Ovviamente parliamo della mia università, quella dell’Aquila.

Sebbene sia chiaro che in casi di emergenza, per loro definizione stessa, è ovvio sperimentare disorganizzazione, è altrettanto chiaro che l’obiettivo di una strategia gestionale ottimale sarebbe quello di limitare i disagi il più possibile.

“Il più possibile” si raggiunge soltanto se si tiene a mente fin da subito qual’è il fine dell’università stessa: fornire un servizio di ricerca e di didattica.

Purtroppo io, come credo tutti gli studenti dell’ateneo aquilano, sto sperimentando che il fine tenuto a mente dall’amministrazione attuale è un altro: mantenere il più possibile la ricchezza portata dall’istituzione universitaria all’interno della provincia dell’Aquila.

Questo mio discorso potrebbe sembrare fin da subito di parte, in quanto, se non si conosce la realtà della provincia aquilana, l’idea di mantenere l’ateneo all’interno della stessa appare naturale, anzi logica.

Nel nostro caso non è così per un motivo fondamentale molto semplice: la provincia dell’Aquila è molto grande, copre un territorio per la maggior parte montagnoso ed i centri abitati che vi si trovano sono molto rarefatti: per lo più di piccole dimensioni, tali centri sono distanti tra loro e pessimamente collegati.

La città dell’Aquila soffre dello stesso problema, è vero, ma il fatto stesso che fosse sede universitaria e capoluogo di regione attenuava gli effetti dell’isolamento e della distanza dalla civiltà, in quanto i collegamenti stradali e tramite servizi pubblici sono stati, negli anni, molto potenziati. Per questo motivo gli universitari iscritti all’ateneo potevano comunque contare sulla possibilità di spostamenti frequenti e relativamente brevi.

L’Aquila, tirando le somme, era sì isolata, ma necessariamente ben (per gli standard abruzzesi, ovvio che siamo lontani dall’eccellenza) collegata.

Questo non vale per le cittadine della provincia. Già questo basta a dare un’idea di quanto sia stupido cercare di costringere circa 25000 studenti a muoversi quotidianamente (per quelli dei primi anni) o due/tre volte a settimana (per chi ha la fortuna di dover seguire ancora pochi corsi) in condizioni di viaggio che sono una via di mezzo tra dopoguerra (visti i mezzi e gli orari) e Far West (visti i selvaggi territori da attraversare).

Eppure così è. Ed è tale l’ostinazione da portare il rettore Ferdinando Di Iorio a minacciare le dimissioni se delle Facoltà dovessero spostarsi dall’Aquila [1]. Evito di ironizzare sul doppio guadagno che un avvenimento tale porterebbe nei confronti degli studenti tutti dell’ateneo.

D’altronde è chiaro che gli studenti non potranno tornare a L’Aquila presto, sia perché com’era prevedibile [2] il terremoto ha reso inutilizzabili la maggior parte delle strutture dell’ateneo, sia perché le restanti papabili strutture pubbliche risultano già destinate ad altre occupazioni, necessarie per affrontare l’emergenza o meno (vedi scuola della Guardia di Finanza a Coppito, che avrebbe potuto ospitare delle classi se solo il Presidente del Consiglio non avesse deciso di portare il G8 a fare una passeggiata fra le tendopoli).

Ed allora manteniamo la circolazione di liquidità monetaria conseguente al movimento degli studenti all’interno della provincia, in puro stile campanilistico/terrone, che tanto si adatta alle nostre zone.

Non si tiene conto, non se ne vuol tenere o non si è capaci di considerare la situazione per quella che realmente è: che la ricchezza portata dalle Università nelle città che le ospitano è, in fin dei conti, un ottimo effetto collaterale, ma non il fine delle istituzioni universitarie. Un effetto collaterale, inoltre, che va incentivato con la fornitura di servizi primari adatti alle esigenze degli studenti, di agevolazioni volte a creare una maggiore comodità e di tante altre cose che a L’Aquila stessa sono sempre mancate, rendendo palese agli occhi di tutti che l’esistente connubio città/università era semplicemente volto a mungere il più, rendendo in cambio il meno, possibile [3]. Se, grazie alla mentalità retrograda ed all’amministrazione universitaria politicizzata delle nostre parti, tali obiettivi non erano stati volutamente raggiunti nemmeno a L’Aquila stessa, immaginate quale utopia possa essere pretenderli da isolate cittadine di provincia.

Disgraziatamente anche l’ARPA, che in Abruzzo agisce praticamente in regime di monopolio, dimostra di essere ammorbata dalla succitata mentalità, lasciando invariato il sistema di autotrasporti allo stadio pre-terremoto. Di conseguenza le cittadine di provincia di cui sopra rimangono isolate, mentre gli studenti che dovrebbero recarvisi restano a piedi [4].

Se finora il discorso è parso campato in aria andiamo con un esempio fresco fresco, che riguarda la situazione personale del Subbaqquo. Situazione, lo ricordo, che come già detto è ben più facile rispetto a quella degli studenti che si trovano ai primi anni e che devono frequentare ancora molti corsi, in classi molto più affollate della mia.

Per la mia specializzazione, Ingegneria Elettrica, si è deciso di “concentrare le lezioni” ad Avezzano. Com’è possibile vedere facendo un veloce giro su google maps, il viaggio richiederebbe poco più di un’ora. Ottimo, penserete voi, ma facendo un controllo sulle corse da Pescara per Avezzano ci si accorge che incredibilmente l’ARPA propone solo due possibilità: si parte alle 14:15 o alle 18:00 da Pescara e alle 6:15 o alle 18:15 da Avezzano. Tra l’altro le corse delle 18:00 da Pescara e 18:15 da Avezzano sono coincidenze della tratta Roma-Pescara, quindi hanno un orario molto variabile.

Ne consegue che tutte le lezioni della mattina e del primo pomeriggio sono già tagliate fuori e che potrei rimanere a lezione solo fino alle 17:30 per non rischiare di perdere le coincidenze di ritorno. In fin dei conti passerei più tempo sull’autobus che a lezione, non avendo nemmeno la possibilità di seguirle tutte.

E se prendessi il treno? La durata del viaggio diventerebbe di circa due ore e mezza/tre, gli orari sarebbero comunque molto dilatati, costringendomi a partire alle 6:30 per tornare a casa intorno alle 22:30 e lasciandomi libero solo di chiedermi quando studiare.

E se pensate che la povera università dell’Aquila sia stata lasciata sola ad affrontare la disgrazia vi sbagliate di grosso: ci sono state numerose offerte gratuite di ospitalità. Sia da parte di atenei di regioni vicine (e non) sia da parte degli altri atenei abruzzesi. Purtroppo, nel puro stile campanilistico/terrone di cui sopra, esse sono state rifiutate, contro ogni logica di minimo dispendio economico e massima comodità per professori e studenti.

In effetti bisogna sommare anche un altro aspetto che non è compreso nel suddetto stile. La paura che, trovandosi in città universitarie ben più organizzate e “vive”, gli studenti avrebbero potuto pensare di non tornare a L’Aquila deve aver attanagliato talmente gli aquilani da portarli a crare una situazione ancora peggiore. Ma in questo modo la morte dell’Università sarà soltanto più rapida. È incredibile come l’interesse privato sia ancora il maggiore obiettivo della cosa pubblica.

That’s all folks! Ovviamente non ho affrontato la questione dei costi, che non sono assolutamente cambiati per gli studenti, a meno che essi non risiedano a L’Aquila o nei paesi indicati nella lista dei comuni che hanno subito gravi danni [4]. Considerando che la percentuale di universitari residente è minima, come al solito non è stata pensata alcuna agevolazione. Tanto più che, sebbene non paghiamo più i costi degli affitti, gli spostamenti quotidiani (o quasi) a fine mese totalizzano una spesa ben maggiore di quella che pesava sul bilancio familiare prima del terremoto.

Duc in altum Univaq!

W i Subbaqqui…


[1] La notizia è stata riportata oggi sui quotidiani locali, ma la dichiarazione è di ieri, ed infatti ne avevo già avuto anticipazione leggendo le “brevi” del Televideo.
[2] La tragedia, per le strutture pubbliche, era annunciata fin dal 2006, come riportato qui, mentre qui potete vedere un’immagine che racchiude le strutture più a rischio. Ad esempio la mia facoltà, quella di ingegneria, presentava già nel 2006 criticità strutturali nel cemento armato, ed infatti è stata inserita tra gli edifici che hanno subito danni gravi (cosa sarebbe successo se il terremoto fosse avvenuto di giorno, non voglio nemmeno immaginarlo, sotto le macerie che hanno ricoperto i vari corridoi non ci sarebbe stato solo il pavimento).
[3] Un esempio su tutti: in quale altra città universitaria si sarebbe rinunciato al progetto di un campus unitario che rendesse più facile la collaborazione tra le diverse facoltà solo per mantenere costanti le entrate provenienti dagli affitti nei diversi quartieri cittadini? E, tenendo conto della rarefazione conseguente (basti pensare che le facoltà di ingegneria ed economia erano circa 10 km fuori dalla città), in quale altra città universitaria dalle 20:00 in poi non giravano più mezzi di trasporto pubblico? Bah…
[4] Le corse aggiunte dalle autolinee pubbliche riguardano strettamente i collegamenti tra la città dell’Aquila e le altre città abruzzesi e solo tali collegamenti risultano a fruizione gratuita solo per i residenti nei paesi elencati nella lista dei comuni che hanno subito gravi danni.

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