07 ott 2009

Ad maiora 3

di Riccardo Giuliani in Collaborazioni

La tassa-canone del sistema radio-televisivo nacque agli inizi degli anni ’20; inizialmente più di una società era concessionaria delle frequenze per la trasmissione, ma ben presto si sarebbe arrivati alla diretta nazionalizzazione statale sotto l’unico apparato E.I.A.R.

Oltre a costituire un introito monetario, la tassa permetteva anche di sapere chi avesse fatto richiesta di un apparato radio, consentendo un eventuale monitoraggio perché -non fosse mai- qualcuno poteva pur sempre avere il prurito di ascoltare trasmissioni dall’estero.[1]

Non si creda che oggi sia tanto diverso per certi aspetti: per esperienza personale ho potuto capire quanto certe aziende si scambino le informazioni. Tempo fa stipulai un contratto adsl con Telecom (sempre e solo via telefono, senza alcuna firma); in 1 mese o poco più mi arrivò un simpatico invito della RAI a pagare il canone. Fermo restando che la missiva era arrivata senza sapere se io possedessi un televisore (per il quale tra l’altro avrei potuto già aver pagato il canone), e sapendo in cuor mio chi potrebbe aver consegnato i miei dati -senza il mio consenso- poiché non risultavo né come proprietario né come affittuario, io non potei fare a meno di operare un paragone con il fascismo; con l’unica differenza che stavolta si trattava solo di soldi, mentre prima era anche una questione di difesa nazionale (per quanto discutibile).

Bene… tutto questo papiro per dire cosa? Trovo semplicemente vomitevole che i santi laici dei nostri giorni, di solito pagati profumatamente, diano dei fascisti agli altri, quando sanno benissimo che il loro grasso lo devono ad un regalo di Mussolini, cui loro si son dovuti sostituire (nel loro piccolo). Trovo così capitalistico che rispondano, qualora si faccia notare loro le esagerate retribuzioni, di portare gli sponsor e quindi i soldi e che è il mercato a decidere!

Gente che da una parte sputa sulla pubblicità e su un modello di televisione che imbarbarisce (vero!), mentre dall’altra usa il mercato e i soldi della pubblcità per difendersi; e se questa difesa funziona, vuol dire che la pubblicità -quella malata e pedopornografica- sta bene a tutti così com’è.

Franza o Spagna purché se magna.

Ad maiora

[1] Non ho prove di questo: mi baso sui racconti che ritengo verosimili di persone più grandi di me, che anche se marginalmente hanno passato una parte della vita sotto il fascismo.

06 ott 2009

Ad maiora 2

di Riccardo Giuliani in Collaborazioni

“E ricordati, figlio mio, che il fascismo di sinistra è più pericoloso di quello di destra!”

Collegato dal Brasile, durante una trasmissione di Santoro sulla RAI -e parliamo di anni fa- Gianni Funari concluse il suo lungo discorso con la frase sopra riportata; purtroppo non ricordo quale fu il contesto politico in cui si inseriva l’intervento, ma se non sbaglio si parlava della deriva fascista che l’Italia rischiava di prendere perché in mano a Berlusconi (mi scuso per la vaghezza della spiegazione). Funari riportava questa frase forte del fatto che anche la sua famiglia, come tante, aveva sofferto direttamente a causa del Fascismo; e fu il padre a dirgli un giorno che ne esisteva uno ben peggiore.

Fu una di quelle poche volte in cui Santoro dovette rimanere a bocca chiusa, pesantemente umiliato da un ospite che lui aveva, come è suo solito, tentato di manipolare a suo piacimento e che invece gli restituiva colpo su colpo: la verginella televisiva provò profondo turbamento. Non le rimase che cambiare argomento con la coda tra le gambe, mentre in un imbarazzitissimo silenzio il pubblico vedeva il suo idolo farsi piccolo piccolo.

Oggi tutti a stracciarsi le vesti per questo campione di libertà (e forse di urina) che poverino rischiava di non vedersi più retribuire una barca di soldi grazie al suo ormai stanco giornalismo; devo d’altra parte riconoscere l’idiozia del centrodestra o di chi lo ha ostacolato, perché il risultato sicuro di Michelino è quello di portare voti alla parte avversa.

Detto ciò come lunga premessa, mi preme ricordare due notevoli fatti nella vita di SantoOro:

  1. nel 1996 divenne servo di Berlusconi, con un cospicuo contratto per condurre su Italia1 la trasmissione Moby Dick; quando più volte anche a distanza di anni gli fecero notare questa strana svista (durata per ben un anno), lui rispose che in quel momento Berlusconi era politicamente debole, quindi non poteva ricattarlo. Fermo restando che ciò non significa niente se non che lui si aggrappò come un koala al vecchio nemico, si deve aggiungere che la RAI, all’epoca in tutt’altra mano politica, gli mise i bastoni fra le ruote fino a sbatterlo via (allora il mestiere della verginella di piazza non rendeva più?). La cosa bella è che a fine di quell’anno Berlusconi non rinnovò il contratto per gli ascolti deludenti, dovuti al fatto che non potendo parlare male di Berlusconi come avrebbe voluto, Santoro non riusciva  a dare sfogo alla sua abilità ienesca, risultando fiacco.
  2. a seguito dell’editto bulgaro di Berlusconi egli fu nuovamente cacciato dalla RAI; che fai che non fai, Santoro si candida come deputato alle europee, e viene eletto; buon per lui. Ma quando il vento cambia e si paventa un possibile ritorno in RAI, credo anche a seguito di una sentenza di magistratura che bocciava il licenziamento, ecco che Michelino va ospite da Celentano in prima serata su RAIUNO e fa un monologo in cui ripete come un bambino che “quel microfono è mio, io lo voglio”. Fatto sta che finalmente Santoro stipula un nuovo contratto con mamma RAI e, per correttezza, lascia il suo posto di eurodeputato (dove prendeva poco e contava ancora meno). Ovviamente la correttezza di questo gesto la vedono solo lui e i suoi accoliti, perché sinceramente farsi eleggere da migliaia di cittadini in base ad un programma per poi dire in corso d’opera che aveva scherzato… beh, vi lascio immaginare quanta fiducia poi si possa riporre in lui.

Perché si parla sempre degli stessi argomenti e delle stesse persone? Si sa che il potere tende a difendersi, ma vale in ogni settore della vita,e i giornalisti non fanno eccezione, anzi… direi che quella dei giornalisti, a differenza di macchinisti, autisti, operai, traspostatori e via dicendo, sia una delle poche categorie che può permettersi di scioperare senza per questo arrecare alcun danno alla Nazione; e perdonate la facile ironia.

Per riallacciarmi al precedente mio post, la squallida vicenda registrata in questi giorni non fa altro che distrarre dai veri problemi. Ad esempio il canone: ormai non ha un senso positivo, serve solo ad ingrassare le già opulente vacche, che forse dimagrirebbero un po’ anche nella boria, se vedessero la loro libertà monetaria diminuire come dovrebbe.

Il canone è quel tipico esempio di retaggio fascista che la nuova generazione ha trasformato in una gallina dalle uova d’oro, perciò chi più chi meno in RAI devono a Mussolini il loro ingrassare. Ma di questo nel prossimo post.

Ora scusate, esco e vado in piazza a respirare aria di vera libertà!

Ad maiora

05 ott 2009

Ad maiora 1

di Riccardo Giuliani in Collaborazioni

Il Moralista è il titolo di un film con Sordi, dove egli impersona il segretario dell’ufficio internazionale della moralità -pubblicamente-, mentre in realtà gestisce un traffico redditizio di donne; quando infine viene smascherato si prende una piccola soddisfazione, coinvolgendo nella caduta alcuni degli astanti. Memorabile la frase: “Mi dispiace signori, ma con decenza parlando… qui il più pulito c’ha la rogna!“. Incredibile quanto possa essere di immediata attualità!

Vi ricorda qualcuno dei giorni nostri? ma sì, ci siamo capiti. Ovviamente sto parlando della televisione.

La volgarità dei programmi e delle pubblicità meritano un linguaggio altrettanto triviale. Tette e culi volano a più riprese; i pubblicitari invece di venire arrestati per istigazione alla prostituzione nonché alla pedofilia sono strapagati e fanno credere anche di realizzare arte. Questo regalo lo dobbiamo in discreta misura anche al lugubre e satanico Andy Warhol, con la sua Pop Art, liberamente traducibile con Arte della Poppa.

La famosa previsione per cui ognuno in futuro avrebbe avuto 15 minuti di popolarità è enormemente falsa; non ognuno quanto piuttosto la massa. Il colpo di genio -involontario- fu quello di far credere alla massa di avere una personalità.

Immagino sia per colpa di questo refuso che a valanga escono fuori dal cilindro tanti moralisti professionisti di piccolo taglio, che forti delle loro idee (loro!?!?) si ergono a difesa della salute pubblica: devo ammettere che non mi sento poi così difeso, dato che ad ogni loro sbraitare l’orticaria mi invade.

Se come credo il mio discorso è finora sconclusionato, si deve al fatto che voglio sviscerare gli argomenti come meglio potrò, dunque ho bisogno di un po’ di tempo e di più post, per non tramortire chi leggesse.

Ad maiora

04 ott 2009

Lectura Dantis

di Riccardo Giuliani in Collaborazioni

Si accusa la RAI da ogni parte di offrire un servizio pubblico di scadente qualità: credo di essere uno dei pochi fuori dal coro, in quanto ritengo, nonostante tutto, che la RAI non offra alcun servizio pubblico.

Scherzi a parte, ma non troppo sia per gli scherzi sia per la parte, ogni tanto il carrozzone televisivo nostrano tira fuori (meglio: espelle via) una perla dalla feccia che essa stessa genera quotidianamente.

Tre sere fa è toccato a RAIDUE (sì sì, proprio la copia mal riuscita di Italia1) mandare in onda dalle 23:30 circa per 1 ora, una Lectura Dantis magnetica e ossigenatrice, fatta da “tale” Giorgio Albertazzi, fiorentino attore di teatro, che avevo sempre sentito nominare ma mai osservato all’opera.

Il teatro è quello delle rovine del centro storico aquilano (più una puntatina ad Onna) dove Albertazzi ha recitato a memoria almeno 3 Canti dell’Inferno, letto 2 del Purgatorio e 1 del Paradiso, l’ultimo.

Purtroppo il programma era già iniziato, ma quando ho intuito di cosa si trattasse le mie pietrose palpebre sono diventate di leggera seta, mentre le mie orecchie si distendevano in un abbraccio stereo al televisore! Il piacere è stato pari solo alla voglia di uccidere chi poteva pubblicizzare il programma e non l’ha fatto come sarebbe convenuto: dunque il piacere è stato sommo.

Inutile descrivere la bravura dell’attore, inutile dire che ormai ho deciso che ricomincerò quanto prima a rileggere la Divina Commedia; utile però operare alcune riflessioni:

  1. la scuola ormai non riesce a far amare la cultura (quella vera); sono del parere che non esistono governo o ministre che tengano di fronte all’orgoglio di veri insegnati;
  2. perché Benigni in prima serata mentre uno come Albertazzi in seconda? Vi giuro che il paragone è a dir poco impietoso. Benigni recita per esercizio di memoria, Albertazzi riesce con la sua interpretazione a creare la scenografia anche in mezzo al buio;
  3. credo che sia possibile vedere la puntata via internet e da navigatore, previa installazione della piattaforma SilverLight, prodotto dalla Microsoft in diretta concorrenza con l’altra più famosa tecnologia web di Adobe, ovvero Flash (N.B.: ogni marchio è di proprietà del relativo produttore, tanto per evitare grane); ovviamente si tratta in entrambi i casi di software proprietario. Nulla in contrario, se non fosse che parliamo di un presunto servizio pubblico che potrebbe tranquillamente utilizzare tecnologia open source (dove caspita ho messo il lanciafiamme!);
  4. la cultura (specie e soprattutto quella classica) è una delle poche cose che non va mai in inflazione, eppure bisogna amaramente constatare che per 1 ora di arte dobbiamo attendere una tragedia di anni.

Infine un invito pressante: (ri)fornitevi della Divina Commedia, imparate piano piano qualche passaggio a memoria, recitateli per scherzo tra gli amici e parenti, fate del male all’ignoranza; e se proprio avete problemi di memoria allora vi suggerisco di leggere qualcosa sulle tecniche di memoria di Gianni Golfera, che sembra essere riuscito a trovare un valido metodo. Personalmente lo provai mesi fa con pochi dei suoi esercizi, che non ho continuato per mancanza di tempo; devo dire che lì per lì il tutto ha funzionato; quasi quasi…

03 ott 2009

Il nazismo è davvero terminato?

di Riccardo Giuliani in Collaborazioni

Il libro più scabroso di Norman Finkelstein è senz’altro “L’industria dell’Olocausto”.

Scabroso solo per via del fatto che siamo imbevuti di un sistematico martellamento pubblicitario sul fatto che le persone, passate presenti e future non ebree, volenti o nolenti, sotto sotto siano colpevoli dell’olocausto avvenuto durante la seconda guerra mondiale.

Questo libro fa piazza pulita di tanti miti, apre uno squarcio di luce sulla politica di sfruttamento di un fenomeno vasto e controverso, parla di un fortissimo potere lobbystico che la gente comune scarterebbe come frutto di una malata mente dedita al cospirazionismo.

Non si tratta di un libro antisemita: l’autore è (dal cognome si evince facilmente) ebreo -non so se credente, ma qui non importa-, è figlio di deportati e sopravvissuti ad Auschwitz e trasferitisi negli USA, e ribadisce come in verità gli ebrei che soffrirono deportazione e furti, siano sopravvissuti per assistere ad un secondo umiliante latrocinio a loro danno.

Olocausto significa sacrificio alla divinità, e per trasposizione indica direttamente la vittima del sacrificio; è dunque pericoloso usare tale termine perché a questo punto uno potrebbe chiedersi a quale dio gli ebrei sarebbero stati sacrificati: Finkelstein sottolinea come l’industria dell’olocausto abbia creato quest’aura di sacralità religiosa, cavalcandola poi per i propri vomitevoli scopi. Dell’olocausto degli ebrei viene per giunta difesa la peculiarità di essere l’unico per eccellenza le cui ragioni oltrepassano la storia (ergo si tratterebbe di un dogma), e anche questo argomento è ben esposto e stigmatizzato esponendo le ragioni pecuniare e di potere che lo hanno generato.

Sarebbe sicuramente più corretto usare il termine shoah, che se non vado errato significa catastrofe, ma già suona meno esclusivista perché accomunerebbe gli stermini di ogni epoca e tipo sullo stesso piano (non sia mai che si parli di Gaza come di un campo di concentramento!!!).

In conclusione: il libro va letto, ma attrezzatevi di uno stomaco di ferro.

P.S.: in nome della libertà di espressione tanto cara agli USA, Finkelstein fu rimosso dal suo incarico di professore alla DePaul University of Chicago (università cattolica, porca t***a che vergogna!!) poco tempo dopo l’uscita di questo nuovo e pericolosissimo mein kampf. Chissà chi era tanto interessato al suo licenziamento!