Vox populi
di Riccardo Giuliani in Collaborazioni
Otto mesi dal terremoto aquilano del 6 aprile scorso sono alle spalle; ecco un personale piccolo bilancio maturato nel tempo intercorso.
Gli studenti ci hanno rimesso come e più di quanto non fosse prima del terremoto; non so chi voglia questa situazione, ma senza studenti L’Aquila muore. Parlo senza esagerazioni, perché conosco il carattere dell’aquilano medio, e potete stare certi che per loro non sia cambiato nulla; il senso di superiorità che li marchia nel DNA è quanto mai fasullo, e non è un caso che tendano ad evitare i rapporti aperti, altrimenti non reggerebbero il confronto -umanamente parlando (tendono a sposarsi tra di loro, e la cosa dovrebbe far geneticamente riflettere). Anche difronte a perdite economiche gravi, sarebbero disposti a vivere da miseri pur di non tirare fuori dai loro gonfi conti bancari i soldi necessari a risollevarsi, in quanto nella loro mentalità si tratterebbe di un’ingiustizia. Il confronto con il terremoto di Gemona nel Friuli a metà anni ’70, guardando alla reazione della popolazione locale, è impietoso. Per capire la disponibilità monetaria di cui gode la città è sufficiente intervistare un campione ristretto di studenti che avevano casa in affitto a L’Aquila per capire la percentuale di coloro che beneficiavano di un contratto; contando che i risultati sarebbero prossimi a zero, potete capire che fiume di denaro in nero sia finito nelle loro mani.
Per quanto sbagliato, si potrebbe pure sorvolare su quest’aspetto, ma non se con tutta questa disponibilità non si sia mai pensato nel tempo di migliorare le case fatiscenti, che rispecchiavano fedelmente la bruttura della popolazione aquilana.
E parliamo di una città piena di avvocati e dove la Guardia di Finanza è strapresente.
Sia chiaro che non provo alcun godimento nel pubblicare un simile resoconto, che difficilmente troverete in giro: però quando nel tempo, in questi mesi -come dicevo-, capita di sentire da studenti provenienti da più parti (Lazio, Abruzzo interno e costiero, Molise, Puglia, Sicilia, Calabria) sempre una e una sola frase, allora capisco di non avere i fantasmi nella testa. Non io!
Non è un caso se tutti coloro che abbiano esperienza diretta degli aquilani, specie da studenti, se ne escano dicendo a proposito del terremoto: “È brutto dirlo, ma gli sta bene“! Vox populi.
Attenzione: non “se lo meritano” nel senso che è giusto che sia successo, ma “gli sta bene” ovvero non possono lamentarsi per le conseguenza di ciò che è accaduto. Il terremoto ha scoperchiato le tombe con le quali erano soliti rivestirsi, e nonostante ora arrivi la luce continuano a lamentarsi perché rimpiangono la bara.
Le eccezioni ci sono sempre, e buon per me che ho potuto incontrarne qualcuna: ma appunto perché eccezioni, non superano il conto a due mani; e guarda caso queste persone erano d’accordo nel giudicare negativamente i propri concittadini. Coincidenze, sicuramente!
Sono lontani i tempi rinascimentali in cui L’Aquila era probabilmente la terza città della penisola, dopo Roma e Firenze: ora deve stare attenta, perché se la costa abruzzese -Chieti in primis- riesce a strappare anche la sola facoltà di Ingegneria, allora L’Aquila potrà essere certa che sarà suonata la fine della ricreazione, e non vedo attualmente politici locali in grado di ribaltare un simile scenario.
L’Ateneo ha dato fondo alle proprie risorse politiche pur di non far cominciare l’anno accademico di Ingegneria tra Chieti e Pescara, come prospettato in un primo tempo, perché altrimenti gli studenti si sarebbero accorti di come si viva meglio lì piuttosto che nel freddo -in tutti i sensi- capoluogo abruzzese.
Sono gonfio di rabbia per l’occasione di cambiamento che il sisma passato ancora offre, e che viene tuttora ignorata; pieno di tristezza, non me la sento di fare gli auguri per una rinascita: non vedo alcuna volontà, e occorre un miracolo per far guarire chi non vuole riconoscere di essere malato.
Oggi la zona friulana di Gemona ancora è un traino economico notevole, quando prima del terremoto nel ’76 contava come il due di picche. Non bisogna mai chiudersi, perché:
“La vita è una tempesta, ma prenderlo nel culo è un lampo!“
