21 mar 2007

L’utilità della conoscenza

di Subbaqquo in Analisi scientifica del metodo universitario

Dal libro “Analisi scientifica del metodo universitario”, di K. Fitzstrobel e R. Tagaserod. Capitolo nono, pagine 143-144, “Considerazioni finali”.

Per concludere questo testo abbiamo trovato utile inserire uno studio empirico sull’utilità che una conoscenza tecnica ha nell’affrontare la vita, e nel condurla con un discreto successo professionale.
Pare ovvio che lo studio universitario, finalizzato ad un impiego fisso e possibilmente ad un’aspettativa di brillante carriera, trovi il suo giusto coronamento nel guadagno monetario che la professione scelta (se non rimane solo auspicata) comporterebbe. Si dimostrerà a breve che trattasi di un assurdo, in quanto è analiticamente vero il contrario.

In primis è doveroso fare una distinzione tra gli studi tecnico-scientifici e quelli classico-umanistici. La precisazione consiste nell’ammettere chiaramente che rispettivamente i primi sono studi comportanti difficoltà maggiori e richiedenti allo studente in generale non solo molto tempo (cosa vera anche per gli studi del secondo tipo) per memorizzare i concetti di studio, ma anche una buona dose di q.i. per apprendere tali concetti. E’ chiaro che ciò non vale per gli studi di secondo tipo.
Non voglia questa affermazione screditare o offendere coloro che hanno deciso di seguire un corso di studi classico-umanistico, giacché probabilmente hanno dimostrato di saper usare il loro q.i. prima degli studenti che invece hanno optato per studi più tecnici, costretti, questi ultimi, ad usarlo dopo, tutto in una volta.
Chiaro è, inoltre, il fatto che nel mondo servono tutti i tipi di conoscenza, anche quella umanistica, quindi è giusto che alcuni decidano di dedicare i loro anni migliori ad acquisire questo tipo di nozioni.

Sia perdonato a noi autori questo breve cappello introduttivo, un po’ troppo etereo, in verità, per un testo che di dice “Analisi scientifica del metodo universitario”, ma egualmente dovuto. Passeremo ora ad una trattazione più completa ed analitica.

Il nostro scopo è dimostrare per quale motivo spesso sono proprio più le persone ignoranti e incapaci (questo non vuol dire stupide, significa semplicemente teoricamente immeritevoli) ad aver successo e soldi nella vita, mentre le persone con una grande competenza e bravura nel proprio lavoro difficilmente raggiungono la vetta.
Partiamo da sue assiomi principali, che saranno poi brevemente spiegati:

1) Conoscenza = Potenza
2) Tempo = Denaro

1) La conoscenza è il frutto dello studio, nel nostro caso prendiamo in analisi lo studio universitario in particolare, essa determina la potenza, cioè il potere di fare qualcosa, l’essere in grado di agire perché si conoscono causa ed effetti delle proprie azioni (ricordiamo che stiamo parlando di un ambiente professionale) ed allo stesso tempo è anche la potenza intesa come capacità di sforzo, perché è proprio lo sforzo durante gli anni di studio che ha determinato la conoscenza.
2) Questo assioma di derivazione totalmente empirica è ormai universalmente accettato come esatto.

Vediamo ora come sono correlati questi assiomi, è facile notare subito come anche la conoscenza sia legata al tempo, in quanto essa richiede grande quantità di quest’ultimo per accrescersi. Partiamo dalla equazione generale che determina la potenza:

Potenza = Lavoro / Tempo

Ed effettuiamo le sostituzioni in base ai due assiomi di partenza, cioè Potenza equivale a Conoscenza e Tempo equivale a Denaro:

Conoscenza = Lavoro / Denaro

Ed analizziamo questo risultato a cui siamo pervenuti, innanzitutto grafichiamo la funzione per poter meglio visualizzare i rapporti di proporzionalità che ci sono tra i vari termini, notiamo che considerando curve (in realtà possiamo benissimo approssimare le curve con delle rette*) a Lavoro costante la Conoscenza risulta essere inversamente proporzionale al Denaro:

cioè è analiticamente corretto che coloro più preparati e capaci in ambito professionale guadagnino meno, a scapito degli incompetenti e degli ignoranti.
Analizzando ulteriormente il risultato finale a cui siamo pervenuti notiamo che Lavoro e Conoscenza sono proporzionali e doppiamente legati:

1) per principio di causa e cioè è necessario tanto lavoro per avere tanta conoscenza;
2) per principio di conseguenza e cioè, visto che i superiori (coloro che guadagnano di più) hanno meno conoscenza dei sottoposti, è chiaro che a questi ultimi tocchi un carico maggiore di lavoro rispetto ai primi.

Tirando le conclusioni di questa nostra analisi possiamo sicuramente asserire che le persone più preparate lavoreranno di più (si faranno il culo -da culois, appunto, che in greco antico vuol dire saggezza, cfr cap. 2 pagg. 23-25) e guadagneranno meno, mentre coloro più ignoranti e incapaci avranno maggiore denaro e successo professionale, lavorando molto meno (un cazzoius, sempre dal greco -cfr cap. 2 pagg. 23-25-).

W i Subbaqqui…

*L’approssimazione è lecita perché bisogna considerare che in realtà nella grande maggioranza dei casi il range di variazione conoscenza da persona e persona è molto piccolo (non ci sono persone a conoscenza zero, né a conoscenza infinita, la variazione può essere grande da persona a persona, ma rispetto al totale scibile umano rimaniamo sempre a valori molto bassi, quindi analizziamo solo una parte delle curve e le linearizziamo approssimandole) e bisogna ricordare che non è nostro interesse in questa sede riportare calcoli specifici, ma una semplice trattazione a livello di rapporto tra le grandezze per meglio capire le conseguenze dell’equazione.

05 mar 2007

Affrontare al meglio gli esami

di Subbaqquo in Analisi scientifica del metodo universitario

Dal libro “Analisi scientifica del metodo universitario”, di K. Fitzstrobel e R. Tagaserod. Capitolo secondo, pagine 23-25, “Affrontare al meglio gli esami”.

Partendo da prove e analisi sperimentali, si è riusciti nella deduzione di una precisa formula analitica, che possa tener conto dei maggiori fattori che intervengono nella buona riuscita di un esame universitario. Tale formula è riportata di seguito:

E = m C2

nella quale:

  • E è il coefficiente di buona riuscita dell’esame, maggiore è il modulo di tale coefficiente, più possibilità ci sono che il singolo esame abbia esito positivo;
  • m è la quantità di memoria, cioè l’attitudine a ricordare le informazioni di nullo interesse umano, posseduta dallo studente che sostiene gli esami;
  • C è la quantità di fortuna (la lettera “c” è stata scelta dal greco culois, che significa saggezza) tipica di ogni studente. Tale quantità non è costante per tutti gli esami, ma può variare da colloquio a colloquio, anche se si è notato che ci sono studenti spudoratamente più dotati di questa attitudine rispetto ad altri. E’ inoltre di difficile conversione in numero (spesso si tratta di un coefficiente periodico2, nel senso che è anche a valore massimo variabile con legge sinusoidale*).

Commentiamo l’espressione in esame (è proprio il caso di dirlo). Per prima cosa si potrebbe notare, con disappunto, che le capacità intellettive dello studente non hanno nulla a che vedere con il risultato finale dell’esame, non intervengono infatti minimamente. Gli autori di questo testo tengono a precisare che era nelle loro intenzioni tenere in conto anche di questo particolare, ma dopo numerose sperimentazioni e osservazioni sul campo** si è notato che aggiungere un fattore di questo tipo nella formula non avrebbe portato ad alcuna variazione pratica, essendo il suddetto fattore pesantemente trascurabile a tutti gli effetti.
Si deve riportare in questa sede, infatti, che molti esami tendono a verificare la semplice ripetizione mnemonica dei concetti (o dei procedimenti, in caso di esami scritti) appresi, senza in alcun modo constatare la reale comprensione di tali concetti da parte dello studente. In questo modo è possibile, ad esempio, che si arrivi alla laurea sapendo l’espressione analitica della carica di un condensatore, senza conoscere l’utilizzo o l’utilità del condensatore stesso.
E’ utile, inoltre, spendere due parole sul fattore C. Esso influisce nella formula con legge quadratica, e quindi, per alti valori dello stesso, rende trascurabile a tutti gli effetti pratici persino il fattore m. (Tale particolarità è riportata già dagli antichi greci attraverso l’espressione “culois di merdois” dove merdois vuole significare “incredibilmente alta” e culois significa sempre “saggezza”; al contrario esiste l’espressione “sfigheius del cazziois”, letteralmente “saggezza molto bassa”).
Nel computo del fattore C intervengono molti addendi, che per loro stessa natura sono imprevedibili, ne riportiamo alcuni:

  • stato psichico e umore del professore;
  • se il professore è maschio e sentimentalmente legato, stato psichico e umore della donna del professore (c’è la possibilità che si verifichi il caso di “pallius giratoius”, sempre dal greco, non credo serva la traduzione);
  • se il professore è maschio e lo studente femmina, taglia di reggiseno della studentessa;
  • se il professore è femmina e lo studente maschio, prestanza fisica dello studente (questo addendo conta comunque meno del precedente, ed infatti solitamente il fattore C è più alto nelle studentesse -se belle-);
  • se il professore è femmina e non ancora in menopausa, si è notato che in particolare se l’esame si verifica in particolari cinque giorni al mese (che comunque variano in modo casuale da professoressa a professoressa) il fattore C è molto basso;
  • eventuali interruzioni o telefonate urgenti durante il colloquio che possono determinare l’interruzione (violenta -leggasi bocciatura- o solo posticipando il momento della stessa ad un altro giorno) dello stesso;

In realtà ce ne sono molti altri, data l’impossibilità di tener conto di tutti i fattori, è buona norma arrotondare con un 20% in meno il fattore C, tale arrotondamento è cautelativo e previene eventuali delusioni o innervosimento nello studente.

Si potrebbe osservare che in questa trattazione si è teso a dare maggiore importanza alle variabili casuali e indeterminate, rispetto a quelle più pratiche (impegno nello studio e quantità dello stesso), gli autori tengono a precisare che tali deduzioni sono venute esclusivamente dai dati empirici in loro possesso; mentre non è assolutamente nelle loro intenzioni promuovere in alcun modo credenze nella superstizione. E’ da riportare, comunque, che gli antichi latini, sebbene non superstiziosi, usavano riportare tale espressione nei loro trattati:

rattatio pallorum peccatum non est,
sed contra maleficia necessanda est.

Gli autori si sentono in accordo con tale affermazione.

W i Subbaqqui…

*Spiegazione per coloro non del mestiere: il coefficiente C, oltre ad essere un numero periodico in sé (es. 3,55555555555…), varia con legge pressoché sinusoidale di esame in esame, presentando (solitamente) alti e bassi che si ripetono periodicamente. Il fatto che ci siano studenti più dotati di altri è possibile, analiticamente, tenendo conto di un valore medio più alto, rispetto alla norma, della funzione sinusoidale.
**Osservazioni portate avanti nella facoltà di ingegneria dell’Aquila, nel corso di laurea di Ingegneria Elettrica, nuovo ordinamento (3+2, meglio specificare visto il continuo proliferare di nuove forme didattiche in Italia).