Della gestione universitaria in casi di emergenza
di Subbaqquo in Belpaese
Ovviamente parliamo della mia università, quella dell’Aquila.
Sebbene sia chiaro che in casi di emergenza, per loro definizione stessa, è ovvio sperimentare disorganizzazione, è altrettanto chiaro che l’obiettivo di una strategia gestionale ottimale sarebbe quello di limitare i disagi il più possibile.
“Il più possibile” si raggiunge soltanto se si tiene a mente fin da subito qual’è il fine dell’università stessa: fornire un servizio di ricerca e di didattica.
Purtroppo io, come credo tutti gli studenti dell’ateneo aquilano, sto sperimentando che il fine tenuto a mente dall’amministrazione attuale è un altro: mantenere il più possibile la ricchezza portata dall’istituzione universitaria all’interno della provincia dell’Aquila.
Questo mio discorso potrebbe sembrare fin da subito di parte, in quanto, se non si conosce la realtà della provincia aquilana, l’idea di mantenere l’ateneo all’interno della stessa appare naturale, anzi logica.
Nel nostro caso non è così per un motivo fondamentale molto semplice: la provincia dell’Aquila è molto grande, copre un territorio per la maggior parte montagnoso ed i centri abitati che vi si trovano sono molto rarefatti: per lo più di piccole dimensioni, tali centri sono distanti tra loro e pessimamente collegati.
La città dell’Aquila soffre dello stesso problema, è vero, ma il fatto stesso che fosse sede universitaria e capoluogo di regione attenuava gli effetti dell’isolamento e della distanza dalla civiltà, in quanto i collegamenti stradali e tramite servizi pubblici sono stati, negli anni, molto potenziati. Per questo motivo gli universitari iscritti all’ateneo potevano comunque contare sulla possibilità di spostamenti frequenti e relativamente brevi.
L’Aquila, tirando le somme, era sì isolata, ma necessariamente ben (per gli standard abruzzesi, ovvio che siamo lontani dall’eccellenza) collegata.
Questo non vale per le cittadine della provincia. Già questo basta a dare un’idea di quanto sia stupido cercare di costringere circa 25000 studenti a muoversi quotidianamente (per quelli dei primi anni) o due/tre volte a settimana (per chi ha la fortuna di dover seguire ancora pochi corsi) in condizioni di viaggio che sono una via di mezzo tra dopoguerra (visti i mezzi e gli orari) e Far West (visti i selvaggi territori da attraversare).
Eppure così è. Ed è tale l’ostinazione da portare il rettore Ferdinando Di Iorio a minacciare le dimissioni se delle Facoltà dovessero spostarsi dall’Aquila [1]. Evito di ironizzare sul doppio guadagno che un avvenimento tale porterebbe nei confronti degli studenti tutti dell’ateneo.
D’altronde è chiaro che gli studenti non potranno tornare a L’Aquila presto, sia perché com’era prevedibile [2] il terremoto ha reso inutilizzabili la maggior parte delle strutture dell’ateneo, sia perché le restanti papabili strutture pubbliche risultano già destinate ad altre occupazioni, necessarie per affrontare l’emergenza o meno (vedi scuola della Guardia di Finanza a Coppito, che avrebbe potuto ospitare delle classi se solo il Presidente del Consiglio non avesse deciso di portare il G8 a fare una passeggiata fra le tendopoli).
Ed allora manteniamo la circolazione di liquidità monetaria conseguente al movimento degli studenti all’interno della provincia, in puro stile campanilistico/terrone, che tanto si adatta alle nostre zone.
Non si tiene conto, non se ne vuol tenere o non si è capaci di considerare la situazione per quella che realmente è: che la ricchezza portata dalle Università nelle città che le ospitano è, in fin dei conti, un ottimo effetto collaterale, ma non il fine delle istituzioni universitarie. Un effetto collaterale, inoltre, che va incentivato con la fornitura di servizi primari adatti alle esigenze degli studenti, di agevolazioni volte a creare una maggiore comodità e di tante altre cose che a L’Aquila stessa sono sempre mancate, rendendo palese agli occhi di tutti che l’esistente connubio città/università era semplicemente volto a mungere il più, rendendo in cambio il meno, possibile [3]. Se, grazie alla mentalità retrograda ed all’amministrazione universitaria politicizzata delle nostre parti, tali obiettivi non erano stati volutamente raggiunti nemmeno a L’Aquila stessa, immaginate quale utopia possa essere pretenderli da isolate cittadine di provincia.
Disgraziatamente anche l’ARPA, che in Abruzzo agisce praticamente in regime di monopolio, dimostra di essere ammorbata dalla succitata mentalità, lasciando invariato il sistema di autotrasporti allo stadio pre-terremoto. Di conseguenza le cittadine di provincia di cui sopra rimangono isolate, mentre gli studenti che dovrebbero recarvisi restano a piedi [4].
Se finora il discorso è parso campato in aria andiamo con un esempio fresco fresco, che riguarda la situazione personale del Subbaqquo. Situazione, lo ricordo, che come già detto è ben più facile rispetto a quella degli studenti che si trovano ai primi anni e che devono frequentare ancora molti corsi, in classi molto più affollate della mia.
Per la mia specializzazione, Ingegneria Elettrica, si è deciso di “concentrare le lezioni” ad Avezzano. Com’è possibile vedere facendo un veloce giro su google maps, il viaggio richiederebbe poco più di un’ora. Ottimo, penserete voi, ma facendo un controllo sulle corse da Pescara per Avezzano ci si accorge che incredibilmente l’ARPA propone solo due possibilità: si parte alle 14:15 o alle 18:00 da Pescara e alle 6:15 o alle 18:15 da Avezzano. Tra l’altro le corse delle 18:00 da Pescara e 18:15 da Avezzano sono coincidenze della tratta Roma-Pescara, quindi hanno un orario molto variabile.
Ne consegue che tutte le lezioni della mattina e del primo pomeriggio sono già tagliate fuori e che potrei rimanere a lezione solo fino alle 17:30 per non rischiare di perdere le coincidenze di ritorno. In fin dei conti passerei più tempo sull’autobus che a lezione, non avendo nemmeno la possibilità di seguirle tutte.
E se prendessi il treno? La durata del viaggio diventerebbe di circa due ore e mezza/tre, gli orari sarebbero comunque molto dilatati, costringendomi a partire alle 6:30 per tornare a casa intorno alle 22:30 e lasciandomi libero solo di chiedermi quando studiare.
E se pensate che la povera università dell’Aquila sia stata lasciata sola ad affrontare la disgrazia vi sbagliate di grosso: ci sono state numerose offerte gratuite di ospitalità. Sia da parte di atenei di regioni vicine (e non) sia da parte degli altri atenei abruzzesi. Purtroppo, nel puro stile campanilistico/terrone di cui sopra, esse sono state rifiutate, contro ogni logica di minimo dispendio economico e massima comodità per professori e studenti.
In effetti bisogna sommare anche un altro aspetto che non è compreso nel suddetto stile. La paura che, trovandosi in città universitarie ben più organizzate e “vive”, gli studenti avrebbero potuto pensare di non tornare a L’Aquila deve aver attanagliato talmente gli aquilani da portarli a crare una situazione ancora peggiore. Ma in questo modo la morte dell’Università sarà soltanto più rapida. È incredibile come l’interesse privato sia ancora il maggiore obiettivo della cosa pubblica.
That’s all folks! Ovviamente non ho affrontato la questione dei costi, che non sono assolutamente cambiati per gli studenti, a meno che essi non risiedano a L’Aquila o nei paesi indicati nella lista dei comuni che hanno subito gravi danni [4]. Considerando che la percentuale di universitari residente è minima, come al solito non è stata pensata alcuna agevolazione. Tanto più che, sebbene non paghiamo più i costi degli affitti, gli spostamenti quotidiani (o quasi) a fine mese totalizzano una spesa ben maggiore di quella che pesava sul bilancio familiare prima del terremoto.
Duc in altum Univaq!
W i Subbaqqui…
[1] La notizia è stata riportata oggi sui quotidiani locali, ma la dichiarazione è di ieri, ed infatti ne avevo già avuto anticipazione leggendo le “brevi” del Televideo.
[2] La tragedia, per le strutture pubbliche, era annunciata fin dal 2006, come riportato qui, mentre qui potete vedere un’immagine che racchiude le strutture più a rischio. Ad esempio la mia facoltà, quella di ingegneria, presentava già nel 2006 criticità strutturali nel cemento armato, ed infatti è stata inserita tra gli edifici che hanno subito danni gravi (cosa sarebbe successo se il terremoto fosse avvenuto di giorno, non voglio nemmeno immaginarlo, sotto le macerie che hanno ricoperto i vari corridoi non ci sarebbe stato solo il pavimento).
[3] Un esempio su tutti: in quale altra città universitaria si sarebbe rinunciato al progetto di un campus unitario che rendesse più facile la collaborazione tra le diverse facoltà solo per mantenere costanti le entrate provenienti dagli affitti nei diversi quartieri cittadini? E, tenendo conto della rarefazione conseguente (basti pensare che le facoltà di ingegneria ed economia erano circa 10 km fuori dalla città), in quale altra città universitaria dalle 20:00 in poi non giravano più mezzi di trasporto pubblico? Bah…
[4] Le corse aggiunte dalle autolinee pubbliche riguardano strettamente i collegamenti tra la città dell’Aquila e le altre città abruzzesi e solo tali collegamenti risultano a fruizione gratuita solo per i residenti nei paesi elencati nella lista dei comuni che hanno subito gravi danni.
Branco di servi e manigoldi
di Subbaqquo in Belpaese
Vi pare normale che un servizio pubblico, che per definizione dovrebbe essere facilmente accessibile alla più vasta utenza possibile, senza alcuna discriminazione, ricorra a software proprietario per far funzionare il proprio portale online?
Eppure ecco cosa succede se proviamo ad andare sul sito di rai.tv, dov’è possibile vedere i programmi rai in diretta (nemmeno tutti, il servizio è pubblico solo a metà…) con un pc su cui non è installato microsoft silverlight, ovvero la versione gatesiana di adobe flash. Che notoriamente non assicura un copertura ufficiale ai sistemi linux e solaris ed a browser quali Konqueror ed Opera.
UN BELL’ERRORE! Affiancato dal “consiglio amichevole” di installare Microsoft Silverlight…
Potreste ribattere (per lo meno chi di queste cose ne sa) che basta installare mono, moonlight e compagnia bella. Ma non lo farò, per ovvi motivi di principio, è da tempo che le mie Ubuntu sono puntualmente epurate di mono ed il suo codazzo di librerie immorali. E che Novell vada a farsi friggere.
Potreste ribattere che dopotutto anche adobe flash è software proprietario, ed infatti non mi sarebbe andato giù nemmeno quello, con tutte le possibilità open source, gratuite, migliori e più funzionali che ci sono. Oltretutto sarebbero sicuramente meno invasive.
W i Subbaqqui…
Tanto lavoro tanti lavoratori!
di Subbaqquo in Belpaese
D: Quanti politici servono per cambiare una lampadina?
R: Ne basta uno, ma avrà bisogno di dodici reggiscala, venti portaborse, tre fattorini, un tuttofare e due segretarie, scelte ovviamente tra parenti o amici. E poi dovrà avere una pensione a vita, anche.
Post post mortem
di Subbaqquo in Belpaese
Con ritardo, ma era una cosa che avevo annunciato, era una cosa che prima o poi avrei dovuto fare.
A malincuore devo dire qualcosa sulla situazione governativa italiana (chiamarla “situazione politica” mi pare una presa per i fondelli troppo umiliante, per voi e per me), perché son stato zitto finora, di tempo per pensarci su ne ho avuto, anche per leggere tante opinioni, più o meno intelligenti o utili.
Se proprio si deve cominciare con una battuta, così per sdrammatizzare (ma non fatevi illusioni) direi che la miglior descrizione che si possa fare del nostro governo, attualmente, è condensata nel nome di un parlamentare PDL: Italo Bocchino.
Ironia della sorte, io stesso non avrei saputo trovare parole migliori.
La maggiore occupazione dei politicanti belpaes continua ad essere il continuo sollazzo orale a vicenda, dai microfoni dei giornalisti o dalle colonne dei giornali (complici più che mai) ci si continua a parlare addosso, anestetizzando gli ascoltatori e i lettori i cui problemi rimangono only yours e che, già rimbambiti per conto loro, non possono far altro che rifugiarsi nei casi dell’estate o nei “coraggiosi” reportage culotette alla Lucignolo.
Fatta questa necessaria premessa, non mi resta che andare ad analizzare la formazione del nostro governo e dell’opposizione, commentando anche gli ormai datati risultati elettorali, in una sorta di commemorazione post post mortem.

Al governo. Abbiamo assistito, ma era prevedibile, alla vittoria in grande stile del PDL: far dimenticare il puzzo fecale perpetrato del carrozzone prodiano era impossibile. Probabilmente ci aspettano cinque anni fotocopia del precedente governo del cavaliere (tanta di quella stabilità regalata dall’opposizione inutile e dai ricordi dello schifo sinistroide…): una lunga palude di immobilità in cui il parlamento si occuperà degli affari privati dei suoi stessi componenti, col beneplacito di tutta l’opposizione (che potrà continuare a strillare gli ipocriti slogan anti-berlusconiani, almeno fino a quando non vedrà un qualche piccolo vantaggio/concessione da leggi palesemente ad personam, è quello che è successo con il decreto sui processi: salva il didietro al cav. e allora giù cori e predicozzi sulla democrazia, allora è stata cambiata una riga che dà ancora più potere ai magistrati -ora possono decidere loro quali processi bloccare e quali no, con tutte le conseguenze del caso[1]- e adesso son tutti d’accordo). Se il governo si adopererà per cambiare qualcosa lo farà in peggio, in quanto non c’è nessuno in grado di fare bene, possiamo distinguere i due casi di politici in gioco:
- si hanno le capacità mentali e culturali, ma non il potere – es. Tremonti;
- si ha il potere, ma si è completamente idioti e assoggettati a poteri esteri – es. Berlusconi, Frattini, Maroni e così via;
di Fini non ne parliamo.
Il crollo sinistro. Personalmente godo, ma cercherò di spiegarlo oggettivamente. Nessuna meraviglia: alla base di questi partitelli sinistroidi dovrebbero esserci idee ottocentesche che ormai, ad un essere pensante, suonano così antiquate ed inadatte a descrivere la realtà che solo un secolo di scuola e cultura monopolizzata possono giustificarne ancora l’esistenza. Ma questo non è stato, perché nella realtà i vari Bertinotti e Diliberto e Scanio (di già inculato, proprio come piace a lui) hanno mistificato e rinnegato proprio quell’identita storica, che sebbene morta e sepolta li avrebbe, magari, portati a raggiungere una percentuale di voti abbastanza buona per continuare a rompere le palle in parlamento. Nell’idiozia che li domina, questi signori son riusciti persino a rinnegare quelle pagine impolverate scritte da Marx (grandiosi colonnati teorici poggiati su un pensiero-base di polistirolo) che almeno un buon 4% di voti paleolitici-automatizzati-materialisti li avrebbero portati. Nemmeno questo, “l’arcobaleno”, quando poteva far qualcosa, aveva lottato per tutti tranne che per la classe operaia: gay, lesbiche, ambiente, aborto, no TAV. In parlamento ci aveva portato un trans, mica un operaio. E i diritti da difendere erano diventati dei gay, delle donne rimaste incinte “per sbaglio”, degli alberi altrimenti tagliati dalle ferrovie. Dei lavoratori, nei fatti, non c’è traccia. E chi avrebbe dovuto votarli, allora?
I sindacati difendono le loro tasche e campano a scioperi, dannosi per i lavoratori stessi, perché a prender i mezzi pubblici, ad esempio, son proprio gli operai (insieme a studenti e compagnia bella) e non di certo il nemico capitalista, che gira sul suv.
La lega. Così i voti delle fabbriche son finiti alla lega, che sì è annidata nelle menti dei lavoratori col suo profumo fecale (sì, sì, sempre di cacca si tratta nel belpaese), fornendo un pensiero illogico ma forte, una coscienza comune ed un nemico contro cui lottare. Come lo eran prima i capitalisti, ora lo sono gli extracomunitari. Bertinotti ha regalato i voti a Bossi, e il senatur li consegna dritti nelle mani del PDL. Ed io mi sto cagando sotto dalla paura. Risultato peggiore non sarebbe potuto esserci, da questo punto di vista. Se c’è qualcuno capace di far danni seri, quello è proprio il partito leghista, non il popolo che lo ha votato, ma i suoi rappresentanti che in perfetta malafede traducono la rabbia dei lavoratori (per la tassazione esagerata del precedente governo Prodi-Visco-Schioppa) in necessità di Federalismo. Peccato che Calderoli, probabilmente, non sappia nemmeno cosa sia. La lega il Federalismo non può farlo perché non ne è in grado, e l’ibrido che ne uscirà renderà le regioni ancora più simili a voragini succhiasoldi[2], avremo al massimo il regionalismo.
Essendo fatta da attoruncoli rozzi e ignoranti, buoni per i comizi, ma inutili al potere, la lega sarà risucchiata da chi è davvero competente in materia (politicanti veri, magistratura, mafie e parassiti vari).
La destra. Insieme all’arcobaleno è scomparsa anche l’estrema destra, o per lo meno quella che si proclamava tale, e per gli stessi motivi del nemico comunista, per giunta. La Santanché è una modella, ormai scaduta, buona per festini in riviera con costumi di Cavalli e tiri di coca, non per Balilla & co. Inoltre, e dobbiamo ringraziare Fini per questo, è finita anche la tragicomica storia di AN, che è confluita nel calderone del cavaliere. Godo anche per questo, è un’altra inutile presa in giro che finisce. AN era di destra come l’arcobaleno, lo abbiamo detto, era di sinistra.
I Casini. Il fatto che gli ex democristi siano l’unico partito a restare in piedi, fatta eccezione per le coalizioni, rende chiaro un unico dato: la mafia alla Cuffaro è ancora fortissima nel Belpaese. Per il resto il cattolico divorziato e convivente, George Clooney di casa nostra, sarà stato votato dai pochi rimasti (spero si estinguano presto) cattocomunisti, delusi dal PD di stampo odifreddiano, ma durerà poco: il brizzolo voleva rappresentare il centro-destra cattolico (di fatto inesistente) ed invece si ritrova con i voti del centro-sinistra in similplastica cristiana. Povero lui, se non si accontenta di un posticino su uno dei due barconi sarà presto politicamente finito, ma lo dovranno mettere sotto scorta: con certa gente non si scherza. In un partito che si regge sul clientelismo una cosa del genere non passerebbe impunita, visto che molti parassiti rimarrebbero senza carogna da cui succhiare.
Il Partito Democratico. Tutto sommato è andato bene, sempre tenendo conto il forte puzzo di cui sopra, che chiaramente non poteva che rendere impossibile l’impresa di una campagna elettorale vincente. Adesso non avrà nemmeno più la spina nel fianco della “sinistruncola vera”, i reduci post-materialismo potranno essere tutti anestetizzati e resi inoffensivi in un grande barcone demononsicapiscecosa di stampo britannico-statunitense. Chi sarà dentro avrà la poltrona e starà buono. Chi è fuori non avrà la poltrona e quindi non potrà parlare. Bel sistema.
Il belpaese dei valori. Anche Di Pietro ha tenuto botta, non si capisce se grazie alla coalizione col PD oppure no. “Alleati però ognuno per conto suo” non poteva che essere una sua idea, vista la mancanza di alcun senso logico. Detto questo, Di Pietro, povero, a me fa ridere, e non per demeriti suoi, ma perché è ovviamente un disadattato. Se non fosse per Berlusconi, il suo eterno imputato, che sta a destra, Di Pietro dovrebbe essere il capo spirituale di AN: l’unico con un certo carattere, sotto sotto semi-fascista e giustizialista a modo suo.
Insomma di là ce lo vedrei bene (e si vede che a sinistra bene non ci sta per niente) e se Berlusconi continua così, tra coca e feste in sardegna, con le sue manie megalomani e quella malattia di trombare nuove femmine per spargere il cavalleresco seme, durerà ancora poco. Dopotutto ha una certa età, staremo a vedere, ormai non mi meraviglierebbe più nulla.
Ci sono anche risultati buoni, ovviamente non per merito dei politicanti, ad esempio la tanto sbandierata semplificazione del quadro politico. Sono stati gli italiani votanti a farla, non la legge elettorale. Presi in giro e derisi, senza risposta pratica per una cosa che tutta la nazione chiede da tempo, abbiamo dovuto fare a modo nostro, rompendo una pratica proporzionale ed ottenendo, di fatto, un governo maggioritario. La legge elettorale non verrà, e non se ne parlerà più fino a nuove elezioni, avete notato che è già stata seppellita come tabù?
Il proporzionalismo sta alla base del clientelismo, è lo stagnetto i cui nuotano i pescetti arraffoni di posticini nelle ASL e compagnia. Non possono eliminarlo, vale come per Casini: con certa gente non si scherza.
Rimangono le pratiche cattive, gli italiani non eleggono troppe persone che invece condizionano la vita del belpaese più dei politici: banchieri, giornalisti, magistrati, giudici, scheletrici senatori a vita con cordone di portaborse e portacoca e così via.
Tornando al governo attuale. Non c’è niente da dire, così come niente dice la stampa e la tv, tutti noi rimarremmo troppo delusi e incazzati neri, saremmo pericolosi se solo sapessimo: che la politica estera è stata appaltata ad USA-Israele (Frattini è sempre in terra santa), che quella interna è ridotta all’uso di soldati per le strade, ma non nei centri altrimenti ci sarebbe troppo impatto emotivo (impatto di cosa, non sono lì per garantire la mia sicurezza? perché dovrebbe dispiacermi vedere soldati in giro per il centro?), che i magistrati stanno guadagnando potere invece di vederselo giustamente diminuito (come già detto più su), che invece di parlare dell’inefficienza del sistema regionale (vedi vicenda Del Turco) abbiamo la lega che vuole regionalizzare ancora più il sistema, ma il tutto passa in secondo piano rispetto al dito alzato del rimbecillito senatur… Mi fermo?
Ok.
W i Subbaqqui… e scusate la lunghezza.
Note:
[1]Per approfondire la questione, visto che i mass media non ne parlano, consiglio questo articolo.
[2]Anche qui, la lucidità di Blondet docet.
