Third – Soft Machine (1970)

Scritto da Subbaqquo in Musica, addì 4 agosto 2010

Per la serie “mentre studio mi ascolto un album del 1970″ oggi voglio scrivere qualche parola su Third, il terzo (appunto) album dei Soft Machine. Non sono un critico musicale e non ne ho la competenza, né posso sfoggiare chissà quale conoscenza enciclopedica della storia della musica, ma ascoltando per l’ennesima volta questo disco, stamattina, ho sentito varie emozioni contrastanti che preferisco buttare giù, ché non si sa mai.

Chi sono i Soft Machine non devo certo dirlo io, se non li conoscete chiedete a Google.

Third è un album composto da quattro lunghe tracce (due da 18 e due da 19 minuti) e ascoltandolo si percepisce tutto il jazz americano del periodo: Miles, Coltrane (A Love Supreme, ah! che delizia), Riley. Eppure siamo davanti ad un album di rock progressivo della miglior scuola britannica.

Facelift è il primo pezzo, parte con una serie di suoni tirati fuori da irriconoscibili (almeno da me) fiati, che fungono bene da intro al brano e anticipano l’incalzare ritmato del seguito. Il passaggio tra questa prima e seconda parte è roba da far impallidire gli Iron Butterfly che un paio di anni prima, se non mi sbaglio, avevano snocciolato In a Gadda da Vida. Il tutto lascia presto spazio ad un continuo duetto tra fiati e organo jazz che per qualche minuto ci trascina in oriente, prima di ributtarci nella foga dei sovracitati Iron Butterfly, solo che, al posto della chitarra, a guidare il tutto sono organo e sax. So che l’accostamento può sembrare azzardato, ma tant’è. Intorno a metà brano c’è un intermezzo di fiati che introduce, con un brusco cambio di tempo, la seconda parte più swingante, con una linea di basso che stamattina (non l’avevo mai notata così come oggi) mi è parsa davvero ipnotica. L’ultimo minuto e mezzo mi ha proiettato per un attimo in un album dei King Crimson. E scusate se è poco, siamo solo alla prima traccia.

Slightly All the Time è basato su un elegante tema jazz, che il sax ti snocciola davanti con una scioltezza che non può che stenderti sulla scrivania. Il basso, per i primi 5 minuti, suona come il campanello che tutti i jazzisti vorrebbero alla propria porta e Wyatt sulla batteria crea un tappeto sonoro discreto ed elegante. Il resto si snoda tra continui cambi di tempo, ora galoppante ora di nuovo swingante. Il sax a volte sembra invadente, ma non eccessivamente, e comunque l’organo di Ratledge lo bilancia in pieno. Sono convinto che prima di registrare Dark Side of the Moon i Pink Floyd abbiano ascoltato questo brano per almeno un migliaio di volte, accelerandone il tempo e ordinandola in pezzi distinti c’è l’embrione di mezzo Dark Side. E vabé. Tra l’altro in alcuni momenti se quell’organo non suonasse così distaccato e serioso starebbe maestosamente bene su un pezzo di Hendrix.

Siamo al capolavoro di Wyatt Moon in June, terzo brano. Sparisce il jazz ed entrano prepotentemente in gioco la musica soul, il blues e la psichedelia. Aprite le orecchie perché il modo di suonare (batteria e tastiere) e di cantare di Wyatt in questo pezzo è stupendo, tutti gli strumenti sono a servizio di voce e batteria. I continui cambi di tempo. che non fanno altro che assecondare il cantare indefinibile di Wyatt (malinconico? epico? solenne? bambinesco? paraculistico? probabilmente il frullato di tutto ciò), ci accompagnano fino ad un lungo intermezzo strumentale, introdotto da un insieme di soffi, fischi ed un falsetto triste di Wyatt. Questo intermezzo strumentale è degno del miglior hard rock, suonato dai migliori jazzisti, nel momento della massima psichedelia, ma con il piglio umoristico di Wyatt. Chissà in quanti hanno sbavato sopra questi minuti, io mi ci metto da capo a piedi. Il cambio intorno al tredicesimo minuto affidato ai fiati è, scusate il gioco di parole, da mozzare il fiato. La coda del pezzo è un insieme di suoni che creano l’atmosfera giusta per riportarti sulla terra senza troppi danni, una specie di materasso per attutire la caduta. Non ci resta che ringraziare per il pensiero.

Out Bloody Rageous chiude il disco. Questo è il brano più freddo, cosa che non è necessariamente un difetto. L’introduzione crescente e languida lascia spazio ad una lunga serie di variazioni sul tema principale, guidate da fiati e tastiere. L’uso dell’elettronica in questo brano è massiccio, ed è forse per questo che l’impressione che ne risulta è quella di un freddo esercizio di stile, certo è che né lo stile né le capacità mancavano ai Soft Machine. Tenetevi forte nel finale, quando vi sentirete trasportati nel mondo di Pac-man.

Dopo l’album Robert Wyatt lascerà i Soft Machine e i lavori successivi della band non avranno qualitativamente niente a che vedere con questo Third. D’altronde tra tutti i brani dell’album Moon in June è sicuramente il migliore e gli altri tre risentono parecchio delle influenze jazzistiche e minimalistiche che avrebbero caratterizzato i Soft dal disco successivo in poi, interessi che evidentemente non erano quelli del musicista inglese.

W i Subbaqqui…

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Non mi ricordare una cosa simile

Scritto da Subbaqquo in Musica, addì 20 luglio 2010

Non ci crederai, sto ascoltando Rime of the Ancient Mariner, non ricordavo che il cantante fosse così eccezionale.

Io per esempio a volte vorrei essere nato prima, per essere andato da ventenne consapevole ad un live dei Pink Floyd, ma pure dei Maiden, o ti immagini di Jimy o dei King Crimson. Oppure di quel fricchettone di Zappa.

Ci pensi, un live dei Led Zeppelin?! Col cavolo che avrei fatto ingegneria, sarei finito per strada a suonare fino a farmi sanguinare le dita…

Questa sarebbe stata una di quelle sere in cui ti avrei rotto le scatole tutto il tempo con la TUA chitarra elettrica sul TUO letto, mentre cercavi di celare il tuo cazzeggio al portatile. Poi, quando proprio non ne potevi più, mi avresti mandato a preparare la tisana. Io ci avrei messo dose doppia e avremmo dormito come i caimani, il giorno dopo avremmo cacato Halls Mentoliptus.

Adesso piango al ricordo dei ciambelloni e della pasta con le zucchine.

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Ingegneri si nasce /2

Scritto da Subbaqquo in Musica, addì 7 dicembre 2009

Sottotitolo: analisi psicoterapeuticomorfologica della poltiglia radiofonica.

Se non sono tre mesi ci manca poco. Trattasi del tempo passato dalla mia iscrizione in una palestra qui vicino casa.

Se non è un’ora e mezza ci manca poco. Trattasi della durata media delle sessioni di allenamento che seguo tre volte a settimana.

La matematica non è un’opinione, anche se pare che a qualcuno questa cosa non sia chiara, conseguentemente:

1.5 x 3 x 4 x 3 = 50.4

sono le ore che ho passato finora lì dentro.

Ora dovete sapere che in palestra ci sono un paio di schermi piatti appesi alle pareti, corredati da varie casse sparse in giro per le sale, che insieme divulgano nell’aere qualsiasi cosa RTL passi durante la giornata. Pubblicità ovviamente compresa, a volte rimpiango che duri così poco.

La matematica ci viene nuovamente in aiuto per dire che, se assumiamo che la durata media di una canzone radiofonica sia di 3 minuti (mi sento generoso):

(50.4 x 60) / 3 = 1008

sono le canzoni che si potrebbero ascoltare in 50 ore circa di radioterapy. Magari non tutte diverse, magari qualcuna l’ascolti 3 volte (sempre per essere generosi) ed in questo caso scendiamo a 336. Epperò, anche approssimando di molto in eccesso, posso senza dubbio affermare che al massimo avrò sentito dalla suddetta radio, in tutto il tempo passato ad allenarmi, una varietà di 40 canzoni. Ciò vuol dire che:

1008 / 40 = 25,2

insomma mi sono sorbito, in tre mesi, sempre la solita manciata di pezzi, ripetuta e ripetuta continuamente per più di 25 volte.

Dove voglio arrivare è chiaro, quindi non mi dilungo ulteriormente. Solo due osservazioni finali:

  1. un giorno mancava la corrente e si stava benissimo, le persone non strillavano per capirsi e l’atmosfera era molto più rilassata;
  2. l’Italia intera è a conoscenza che la “nuova canzone” dell’anziano cocainomane Vasco Rossi (detto Rasco Tossi per la splendida ugola) non è altro che un pezzo dei Radiohead di 20 anni fa? Con le parole in italiano e un’alta percentuale di nananaaaa a supplire la mancanza di ispirazione, però.

Come diceva quello: vabbé.

W i Subbaqqui…

P.S. : “Ingegneri si nasce” era un post del vecchio Rieducational Blog, non ancora importato qui, che probabilmente per mancanza di tempo non lo sarà mai, purtroppo.

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Piromania giustificabile?

Scritto da Subbaqquo in Musica, addì 25 maggio 2008


Sono entrato in una libreria, oggi pomeriggio, e tra i tanti reparti c’era quello dei libri sulla musica.
Mi sono avvicinato, titubante come al solito, attratto da una bella foto di Jim Morrison (non la classica in bianco e nero – ed era bella la foto, non lui).
Tra l’accozzaglia di carta igienica colorata, riempita dai rigurgiti degli attuali idoli delle folle, il mio occhio si è posato sulla copertina coloratissima di un libretto intitolato I 100 migliori album della storia del rock, o qualcosa di simile.
Chiaramente certi libelli non sono adatti al mondo, ma a volte sono buona fonte di risate.
Degno erede di Indiana Jones, l’ho aperto. E l’ho sfogliato. E l’ho letto.
Positivamente impressionato dal fatto che (almeno!) la classifica fosse divisa per decenni, mi sono diretto istintivamente agli incomparabili ’60.

Al primo posto d’era un album dei Beatles.

Dei Beatles.

Beatles.

I fantastici quattro scopettini anglosassoni, quelli.
L’impressione positiva si è trasformata in ira, devo ammetterlo.
Nervosamente, sbagliando, ho continuato a scorrere l’elenco ed ho notato come Tim Buckley (Tim, non Jeff) fosse distanziato di una decina di posizioni, mentre Captain Beefheart (che non osavo credere potesse essere posto in una lista tale) era oltre i primi 20. Oltre.
Ebbene.
I Beatles, primo prodotto di quel marchingegno spremisoldi e creacoglioniascoltatori che, col tempo, è divenuta la macchina discografica. Il primo eclatante (ed in quanto riuscito colpevole) esempio che la pubblicità sarebbe divenuta la principale componente creativa del rock, emancipatrice di ogni artista volesse essere creato e mosso a mò di burattino.
Non ce l’ho col pop, che può dare i natali a materiale lodevole, che di certo i quattro scopettini non hanno inventato.
Bisogna dire che persino Captain Beefheart, col suo Trout Mesk Replica (era ovviamente questo l’album in classifica) non ha inventato nulla; così come, ad esempio, Coltrane con Ascension, la pietra miliare del free jazz. Il primo album è del ’69 e credo sia tutt’ora il migliore di tutta la storia del rock (per quanto questo possa valere) ed il secondo è del ’65 ed a mio parere è tutt’ora il migliore di tutta la storia del jazz. A mio parere, sia chiaro.
Ebbene nemmeno loro hanno inventato nulla, basta ascoltare la Grossa Fuga di Beethoven, roba del 1825, che quindi li anticipa di 140 anni, roba che persino gli estimatori di musica colta hanno cominciato ad apprezzare pienamente solo all’inizio del ’900.
Essendo il succitato e fecifero libello sul rock, non pretendevo certo ci fossero Beethoven o Coltrane, ma pretenderei che questi schifosi lustrascarpe imbrattatori di povera carta inerme fossero un minimo degni della loro privilegiata condizione di esseri umani.

I Beatles.

Lo ammetto: una piccola parte di me in quel momento avrebbe goduto nell’abitare il corpo di un piromane.
Fortunatamente una parte molto piccola, che solitamente nascondo molto bene.
Statemi bene e scusate lo sfogo.

W i Subbaqqui…

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Jazz for you

Scritto da Subbaqquo in Musica, addì 9 aprile 2008

Essendovi oltremodo e con evidente (rozza da parte vostra, brillante da parte mia) sicurezza rotti le controballe di consigli musicali riguardanti esclusivamente musica classica, quest’oggi mi promulgo in due o tre (devo ancora deciderli) cenni su dischi di jazz vecchio stampo che dovreste sentire (e far sentire ai vostri figli, e ai figli dei vostri figli (e perché no, anche i vostri padri, nonni e bisnonni), per almeno settantasette generazioni).
Inoltre vorrei introdurre una novità, per ogni disco aggiungerò alla fine della breve descrizione il colore a cui mi fa pensare mentre lo ascolto. Solitamente funziona.

Lennie Tristano – Descent in to the Maelstrom (1952)
Questo LP è praticamente introvabile. Nei negozi.
Il disco è geniale (altrimenti che ve lo consiglierei a fare), il sound di quell’incredibile pianista che fu Tristano mi ha rapito subito. Basta la prima taccia, che è anche la titletrack, per capirlo: Descent in to the Maelstrom, ovvero 3 minuti e passa di pura atonalità.
Marrone sbiadito.

Sun Ra – Atlantis (1967)
Nel mondo del jazz l’artista in questione è sempre stato tra i più originali e dissacranti.
Atlantis, secondo me, è il miglior album che abbia mai sfornato (con la collaborazione dei suoi Arkestra). Non è per orecchie deboli, però, questo disco è totalmente astratto, non c’è punto di riferimento alcuno, soprattutto nella seconda parte dell’album, cioè Atlantis, unica traccia di più di venti minuti che dà il titolo al disco. Le prime cinque tracce sono perfette per abituare il cervello a questa ultima chicca finale.
Viola elettrico.

Albert Ayler – Spiritual Unity (1964)
Con questo album il sassofonista Ayler abbraccia completamente il free jazz (ed, ascoltandolo, come non possiamo farlo anche noi) e gli altri due componenti del suo trio lo accompagnano egregiamente (Peacock al contrabbasso e Murray alla batteria). Questo disco è così primitivo che a volte sembra di essere nella giungla, sentendolo.
Tarzan, però, ad Ayler gli fa una pippa.
Irrimediabilmente nero.

W i Subbaqqui…

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