Oggi sono stato in biblioteca, che dovevo studiare parecchio.
In realtà pigro come sono non ci sarei mai andato, ma Jotaro mi ha praticamente costretto ad andare con lui, quindi finiti i Simpson’s siamo usciti.
La biblioteca provinciale, qui a L’Aquila, non è molto grande, ma tutto sommato è accogliente ed è sempre strapiena di studenti universitari.
Ci sono due problemi strutturali principali lì dentro:
- il riscaldamento è sempre ultra-pompato, e nella sala lettura ci saranno almeno 58,3 gradi centigradi (per giunta il tre è periodico), qualsiasi sia la stagione: soprattutto di inverno lo sbalzo termico entrando nel salone ha ucciso più di due persone, che io sappia; leggende universitarie raccontano di un’entrata segreta per l’antro infernale dietro uno degli scaffali, questo potrebbe giustificare la temperatura costantemente desertica;
- le sedie sono così ergonomiche che solo a vederle ti si appiattisce il culo, considerando che sono fatte di una strana lega di legno, granito e ghisa, se ci stai seduto l’intero pomeriggio ti alzi con le chiappe ad angolo retto.
E poi c’è il problema figa. Scusate il termine scurrile, ma rende bene l’idea. Ordunque, entrando nella biblioteca è possibile notare come l’80% degli studenti sia di sesso femminile, e di questo 80% il 70% è anche alquanto gnocca. Il problema non è il mio metro di giudizio, non è basso ve lo assicuro, ma le studentesse. La maggior parte delle studentesse universitarie ha questa capacità innata, quando devono andare a studiare, di mettersi in tiro da far morire di infarto un debole di cuore. Se si considera che la voglia di studiare è davvero poca, essere circondato da un tale harem di donzelle non rende certo facile la concentrazione. Visto il successo dei grafici di qualche post fa, eccone uno per meglio chiarire la situazione:

come si può vedere la capacità attrattiva femminile rimane costante per tutto il tempo di permanenza in biblioteca, ad un valore che è più che doppio di quello di massima concentrazione sull’argomento di studio, raggiunto per altro dopo dieci minuti e poi mai più toccato.
Ora passiamo a raccontare ciò che oggi è accaduto.
Quando siamo arrivati il salone di lettura era quasi pieno. Ho esplorato i vari tavoli e ne ho trovato uno con due posti vuoti, lo condividevamo con un tizio così peloso che sembrava il cugino dello yeti (sommerso da una pila di libri su non so quale argomento) ed una biondina molto carina, tutta in tiro anche lei, seduta proprio di fronte a me, che ovviamente dopo una decina di minuti ha ceduto al mio fascino e si è perdutamente innamorata del sottoscritto. Verso le quattro di pomeriggio il tizio cugino dello yeti se ne è andato, lasciando il posto ad una tipina no-global. Mentre dall’altro lato del tavolo si sono sedute due ragazze molto carine, ma raffinate come il petrolio appena estratto. Ma vediamo la grafica:

ed analizziamo ogni studente al tavolo (le frecce interne al tavolo superiore indicano la direzione degli sguardi: più la freccia è spessa, maggiore è l’interesse; le frecce tratteggiate indicano l’interesse mio e di Jotaro per una prosperosa ragazza al tavolo vicino).
Iniziamo dalla biondina. Lei era perdutamente innamorata di me. Da quando siamo arrivati fino alle 18, orario in cui se ne è andata afflitta perché non avevo mostrato alcuna intenzione di approccio (e come avrei potuto, una Subbaqqua c’è già…), non ha fatto altro che guardarmi lisciandosi i capelli, per poi passare ad osservare attentamente gli stessi in cerca di doppie punte, per poi tornare a guardare me, sospirare e poi così in circolo. Aveva davanti un quaderno di appunti che non ha mai sfogliato (in tre ore) ed un vocabolario tascabile inglese-italiano mai toccato (sempre in tre ore).
Passiamo ora alla tipina no-global. Ovviamente l’appellativo è scherzoso. Essa era ottima rappresentante di quella classe di ragazze alternative molto serie. Non le alternative finte (quelle che seguono la moda alternativa -obbrobrio letterale-) come quelle che indossano i jeans strappati e le t-shirt nere con i metallica sopra, ma di quelle che davvero se ne fregano della moda (alternativa o vippeggiante che sia) e di cosa mettersi per andare a studiare. Questo non è facile da trovare in una ragazza. Era tutta concentrata, a suo agio, con una felpona rovinata larghissima, di quelle che le star gnocche hollywoodiane mettono nei film sbrascicapalle (=smielatamente romantici), quando si alzano la mattina dal letto dopo aver trombato il gonzo di turno.
La tipina se ne stava lì, a parafrasare capitoli di un libro di un qualche scrittore russo dell’800, sfogliando continuamente il vocabolario di italiano. Scommetto che è un tipo sensibile, scrive poesie ed ha un ragazzo che somiglia a Mughini. Jotaro si era anche innamorato di lei, e le ha persino lasciato un bigliettino, ma lei ha risposto, diventando di una strana tonalità tra il violaceo e il bordeaux, che era già impegnata. Col tizio che assomiglia a Mughini, ovviamente.
Poi c’erano le morette al mio fianco destro. Loro erano le tipiche morette ventenni, piccoline, col naso piccolino e il piercing col brillantino sul lato destro dello stesso, seno piccolino (una seconda scarsa direi), occhialini con la montatura nera molto fashion, tutte prese dal cellulare e da svariati astucci trasudanti penne dei colori più improponibili. Indossavano i tipici jeans stretti delle vippette, con sopra quei golfini colorati con la scollatura a “V” che divide interamente i due seni, ovviamente l’ombelico da fuori. Appena sedute sembravano un’ulteriore terribile distrazione mandata dal cielo, in realtà si sono dimostrate una fonte inesauribile di risate. Erano carine, ma poi le ho sentite parlare, ecco alcuni momenti (la sc -da leggere con lo stesso suono di sciare- è tipicamente abruzzese, soprattutto aquilana):
moretta A: …e poi non s’è fatto più sentire…
moretta B: …e t’aveva pure telefonato? Ma tu sci scema!
moretta A: …ma che sctai a fa?
moretta B: Eh, scto cazzo di problema non mi ridà!
moretta B: (dopo aver sbattuto col ginocchio al tavolo) Porco giuda scto cazzo di tavolo di merda!
moretta A: Ma come cazzo sci fatto a fa scto calcolo?
moretta B: Eh, coll’aiuto a casa!
moretta A: (sentendo le campane in lontananza) Ecche è? Pascqua?
moretta B: (ridendo sguaiatamente) No, scta’scì la messa…
moretta A: Oh, io mi so proprio rotta li coglioni!
moretta B: Vabbò, ecché, mo annemo…
Nelle pause tra un raggio di cultura e l’altro era incessante il meraviglioso suono stereofonico (erano in due e andavano pure a tempo) delle chewingum alla menta che in questo tipo di vippette non mancano mai, masticate insistentemente per tutto il tempo, con la bocca aperta.
Ora guardate di nuovo la grafica. Osservatela bene. Ad un certo punto la moretta B (che per comodità chiameremo “moretta B”) si è chinata (in piedi) verso la moretta A, assumendo una tipica posizione bucolica, mostrandomi in primo piano il suo lato migliore (il lato B, appunto). Per cinque minuti le macchine sincrone sono volate via, e che Blondel riposi in pace.
Questo il mini-racconto di ciò che è successo al nostro tavolo. Ci sarebbe da dire che nelle tre ore dentro la biblioteca sono capitate anche altre cose che meriterebbero di essere raccontate, ma ne riporterò solo un’altra, che il post sta diventando infinito. Ad un certo punto un tizio, seduto di spalle a Jotaro, si è alzato sentendo la vibrazione (una sega elettrica, o una mucca in calore, sembrava) del telefonino. Aveva in mano tre telefonini. Tre. Ognuno con il Winnie The Pooh apposito, in tre differenti, stravaganti, costumi da animali improbabili. Ora tutti sanno che Winnie è gay (tra un cartone e l’altro il Pooh è la puttanella con cui si sollazza Tigro), ed io lo odio profondamente, soprattutto se in combinazione malefica con i cellulari, che mal sopporto già per conto loro. Vi lascio immaginare le possibili conclusioni ironiche tra me e Jotaro.
Ah, si, ho anche studiato, in biblioteca.
W i Subbaqqui…