20 mag 2011

Lo pseudolibro – X Capitolo

di Subbaqquo in Lo pseudolibro

Non dico tanto, ma non sono proprio stupido.

Alla fine Belvedere e Sonia hanno deciso di scappare, seguendo il mio consiglio, quello che il primo non aveva voluto ascoltare perché per la seconda sembrava essere ancora più pericoloso che stare qui. Lo avranno fatto per tenermi fuori da ogni cosa, al sicuro da ogni ritorsione o eventuale trasversalizzazione. Dopotutto il maggior timore era questo. Mica altro. Ma per me, non per loro. Scappati chissà dove e soprattutto come. E mi risponde il giornale di oggi. Pare che non ce l’abbiano fatta dopotutto a salvarsi, da come è scritto in un articoletto di cronaca in sesta pagina. Praticamente poco più importante dello sport.

Chiamasi sport: circolo vizioso di soldi ed interessi pubblicitari, se ti va bene, che di facciata pretende di proporsi come uno spettacolo per gli idioti che tengono a queste cose. Magari non sono tutti uguali, gli sport e nemmeno gli idioti, ma gli sport più seguiti son così.

Per esempio a me piace il motociclismo: 250, motogp e quelle cose lì. Ciò vuol dire che sono idiota anch’io.

***

Adesso posso dirlo, alla fine di questo pseudolibro, sebbene manca ancora il primo capitolo. Che a questo punto la fine è diventata l’inizio. Speriamo che non sia una fine fine a se stessa. Ecco, diciamo così. Speriamo che qualcosa dopotutto conterà. Altrimenti non capisco che motivo ci sia a scriverla.

Rileggendo il quadernino verde vomito si sono chiarite molte cose, ora che conosco la storia di Sonia. Ora conosco anche la storia di Belvedere. Bastava ricostruirla tra gli appunti di Astolfo e le parole di Sonia, quel pomeriggio che eravamo a casa sua. Cretino che sono. Belvedere. Belve De Re. Già. Ora capisco anche il perché dell’evidenziatura di Astolfo su quelle parole nel quadernino verde vomito.

Che cosa alla Romeo e Giulietta, che cosa scontata da Shakespeare in poi. I due rampolli, ultimi discendenti di due famiglie in lotta da tempo, che si innamorano. E l’odio delle due famiglie che impedisce loro di amarsi. Non so voi, ma per me questa storia a questo punto ha perso qualsiasi interesse. Dico davvero, non giusto per dire. E poi non mi piace che lo pseudolibro parli, alla fin fine, di una storia d’amore.

Lo sapevate che il 78% degli uomini quando si parla d’amore preferisce cambiare discorso? No, non lo sapevo nemmeno io prima di inventarmi questa percentuale.

Io sono comunque molto più credibile di studio aperto.

Confuso e felice come una qualsiasi Carmen Consoli della prima ora, a questo punto bisogna decidere di cosa parlare nella seconda metà di questo ultimo capitolo dello pseudolibro, che poi è il penultimo, e nel primo capitolo sempre dello pseudolibro, che poi è l’ultimo. Confusione, confusione e il mattino ha l’oro in bocca. Peccato che io scrivo sempre di sera, altrimenti potrebbe essere più facile e tra questo capitolo ed il precedente, che poi è il precedente davvero, non sarebbero passati più di tre anni. Intendo anni reali, non nella storia.

***

Secondo me non è importante in realtà la storia di per sé che si può leggere all’interno di uno pseudolibro, anche perché non sarebbe altrimenti uno pseudolibro, ma bensì un libro. Di conseguenza potremmo supporre, con una certa supponenza nevvero, che l’importante è un po’ il tempo che si passa a scrivere e i ricordi che il nostro cervello collega a ciò che abbiamo scritto. O a ciò che qualcun altro ha scritto e che noi leggiamo.

O meglio possiamo dire che in realtà uno pseudolibro, a differenza di un meno nobile, semplice libro, è importante in quanto è costato tempo e impegno, e in quanto scandisce momenti belli della vita dello strampalato scrittore, piuttosto che del malcapitato lettore.

Gioite con me di questa pensata, ora, se avete il coraggio. O il tempo anche.

18 mag 2011

Lo stupore, ascoltando un disco pop, è ancora possibile

di Subbaqquo in Musica

Per chi segue da tempo il mio blog non è una novità che tra i pochi musicisti pop-rock che sopporto c’è un certo Ben Harper, cantautore statunitense dalla ormai lunga carriera, che pochi giorni fa ha pubblicato il suo decimo album.

Ebbene nel mio rapporto con la musica di Harper ci sono stati alti e bassi, ma ai suoi dischi rimarrò sempre legato perché bene o male hanno letteralmente scandito la mia vita personale (e anche musicale) negli ultimi anni, nonché segnato il mio modo di suonare e intendere la chitarra.

Non voglio dilungarmi in una recensione di quest’ultimo “Give till it’s gone”, ma una cosa devo ammetterla: stavolta Harper mi ha stupito. Si è liberato dei gruppi spalla (i gloriosi, storici Innocent Criminals e gli enormemente inferiori Relentless Seven – tornando dopo vent’anni al punto di partenza) e ha dato alla luce un album che se non fosse suo mi avrebbe sbalordito. Invece al suo ascolto ho solo sorriso compiaciuto. Ciò che penalizza Harper ai miei occhi è che album come “Welcome to the cruel world”, “Fight for your mind” e “The will to live” hanno completamente divelto la mia concezione di musica pop-rock (all’epoca non conoscevo ancora i capolavori storici dei ’60/’70), e quindi dalla sua chitarra rimmarrò sempre in attesa di un capolavoro. Ciò che mi fa rivalutare, nel bene e nel male, ogni suo singolo album, è che riesce ad essere contemporaneamente vitale, diretto e pieno di tensione esplorativa all’interno di un genere, il pop appunto, che ormai salvo rare eccezioni non fa altro che riciclare se stesso.

Se non fosse per le deprimenti collaborazioni con Ringo Starr (immagino celebrate da un po’ qualsiasi critico musicale come le punte massime dell’opera) questo album sarebbe davvero vicino al perfetto equilibrio che ogni capolavoro della musica pop dovrebbe mantenere. Quell’equilibrio inventato da Bob Dylan in Blonde on Blonde, per intenderci. Invece questi due pezzi stonano proprio: quasi nove minuti di noia sono troppi nei cinquanta totali del disco. Gli scarafaggi continuano a far danni ancora oggi.

Resta lo stupore per una lunga carriera musicale dagli standard sempre così elevati, cosa rara oggigiorno (fatta eccezione per i soli REM, forse) e per una capacità di trasporre sinceramente se stessi in musica che solo pochi cantautori anno.

Se non ho capito male, dopo questo album il contratto di Harper con la Virgin dovrebbe essere scaduto. Speriamo abbia il coraggio di affidarsi ad una etichetta meno prestigiosa, ma che gli consenta maggiore libertà espressiva.

W i Subbaqqui…

16 apr 2011

Cut your time!

di Subbaqquo in Pubblicità

Oggi festeggiamo il rilascio ufficiale del primo* software realizzato da Riccardo, collaboratore di lunga data del blog nonché grande amico del Subbaqquo medesimo. E scusate se è poco.

Il software è stato realizzato sotto la supervisione del cretese più rumoroso che abbia mai conosciuto, TrustFM, geniale programmatore (e anche lui buon amico) che rilascia ormai da tempo e con una certa frequenza free software sul suo sito. Dateci un’occhiata.

Come potete vedere anche se scriviamo poco stiamo comunque lavorando per voi!

A parte le stupide battute, vi preannuncio che presto vedrete foto di un progetto che sto portando avanti e che ormai è quasi finito.

W i Subbaqqui affaccendati…

 

*Speriamo che ne vengano altri eh eh…

23 mar 2011

Sterpaglie umane

di Riccardo Giuliani in Collaborazioni

Un articolo tratto dal sito RussiaToday.com riporta una verità tanto semplice nelle questioni di guerra quanto troppo sottovalutata o sconosciuta: esistono i delatori, ed esistono quelli che li ascoltano.
Il delatore è una figura che, quasi al pari del capitalista finanziario, ha praticamente rescisso ogni legame sociale degno di questo nome e può perciò avanzare tra e sopra le cose e le persone con movenze di serpe (senz’altro Nietzsche saprebbe apprezzare).
Se il delatore/capitalista necessita della morte di una nazione per conseguire il proprio obiettivo si venderà e la venderà al primo che passa che sia capace di sostenerlo: racconterà tutto quanto il suo nuovo protettore voglia sentirsi dire, in questo agendo al pari di una puttana ruffiana d’alto bordo.

Viene ad instaurarsi un dialogo che diventa presto un monologo a due: il protettore vuole sapere se esiste un dittatore che bombarda il popolo a lui sottomesso? il delatore non si tirerà indietro; ne va del suo onore.
Il committente vuole sapere se i ribelli al succitato dittatore ce la faranno? il delatore assicurerà di sì!

Quando il protettore/committente si accorgerà di essere stato frodato, passerà direttamente all’azione, dal momento che la venuta meno dei sogni paradossalmente non fermerà il loro avverarsi (Vietnam e Iran permettendo, tanto per fare esempi passati e attuali).

Il tutto vada a beneficio di chi ritiene ancora oggi che occorrano sempre e comunque straordinari complotti per distribuire morte e devastazione.

21 mar 2011

Festa a sorpresa

di Riccardo Giuliani in Collaborazioni

Dicono che una strana creatura nominata quale Italia abbia festeggiato i suoi 150 anni di presunt(uos)a unità politica; presenti una serie indefinita di individui che nel migliore dei casi non hanno mai vissuto un momento storico di cui sarebbero invitati a mantenere vivo il ricordo.

Fatta salva la distanza tra realtà e sogni ci peritiamo di sottolineare un fatto importante: la festa di compleanno è tale solo in presenza delle candeline sulla torta.
Le prime ce le fornisce la NATO, famosa ONG dedita a giocare con le mappe geografiche così come si usa giocare al ben più famoso e meno impattante Tetris.
La seconda è la Libia, nella sua accezione generale e i Libici, in quella particolare;  una torta piuttosto appetitosa.

Festa nella festa, compleanno nel compleanno, ecco che a cent’anni dall’ultima invasione italiana in Libia veniamo gentilmente chiamati alle armi (o forse no, o forse sì) nel tipico stile delle vignette di Sturmtruppen.

Nulla di cui preoccuparsi: i generali italiani hanno assicurato assenza di ogni minima possibilità di contrattacco. Bontà loro, ma la storia – quella vera – abbonda di ben radicate motivazioni per decorarli di mai sufficienti pernacchie.
Quello invece che dovrebbe essere capo delle forze armate italiche, ingobbendosi più del solito (sarà per via dell’età, senz’altro) ha assicurato che l’Italia farà la propria parte: pettegolezzi vogliono che il nostro avesse pronunciato la seguente frase: “L’Italia si farà da parte” a ruota facendo seguire una smentita e un’invettiva contro i giornalisti maliziosi, in questo imitando un gigante della politica peninsulare che si è ritrovato a gestire un vero dito nel popò privo del solito sorriso smagliante, visto che poco si avrebbe da ridere nel momento in cui la nazione che finge di governare viene messa politicamente in scacco (per non usare allegorie sessuali).

Dal canto suo, un esponente di spicco di una congrega di azionisti di una società a vocazione multinazionale, avrebbe con tempismo di iena auspicato la brevità del pluriannunciato scannatoio, lasciando perplessi quanti osassero sperare in qualcosa di meglio e spingendo a scongiuri scrotali quanti invece siano animati da ben saldo senso realistico.

Fortunatamente non tutti i politici italici si sono accodati alla propaganda orgiastica di questi giorni: l’opposizione, nell’unica veste di un troglodita – ma non per questo scemo – esponente dell’attuale governo, avrebbe tentennato. Motivi particolarmente nobili non sono stati ravvisati.

Con simili rocce appare inevitabile il contorsionismo linguistico ancor prima che logico di cui i ministri della guerra e della xenofobia sembrano padroni incontrastati: siamo in guerra ma no, ci mettiamo a disposizione ma non attacchiamo, non imphiegheremo aerei né armamenti se non per necessità… faremo la nostra parte, come al solito, stando a guardare!
L’Italia è solita andare in soccorso dei vincitori, atteggiamento che esprime vigliaccheria ma soprattutto voglia di partecipare al bottino senza per’altro affaticarsi. Al bottino, ovvero alla torta.

Come darle torto, se è sempre andata così? se nessuno le ha detto che le cose possono cambiare?