Devo ammetterlo.
Ebbene, questa introduzione allo psudolibro l’ho scritta molto tempo fa, dopo il terzo capitolo (il terzo di nome, non il terzo capitolo postato) per la precisione, e non alla fine come avevo detto nella introduzione quella vera. Non sto scrivendo adesso, insomma, che (forse) vi sono arrivati già tutti i capitoli sul blog e voi state leggendo. In realtà io ora non li ho ancora scritti.
Epperò sono qui, che ho deciso di scriverne l’introduzione.
Perché?
Vi chiederete voi.
Perché volete mettere? Una introduzione che si propone di spiegare il motivo, la causa scatenante di uno pseudolibro qualsiasi, ed è scritta ancor prima che l’autore abbia in mente la benché minima idea di come la storia finirà. È una cosa senza precedenti questa. Perché volete mettere l’emozione che si prova a commentare un racconto che non hai ancora finito di scrivere? Perché se davvero mai finirà e quindi voi leggerete questa cosa, volete mettere la sorpresa che proverete a leggere una introduzione del genere?
Ma intanto improvvisiamo, come al solito.
Perché ho scritto questo pseudolibro.
Perché una storia è una storia e niente di più, ma aldilà della storia c’è un significato, indipendente dalla storia e quindi non mi interessa la fine delle avventure mie e di Belvedere per spiegarvelo.
Innanzitutto per divertirmi. Scrivere cavolate mi piace e credo che sul blog questa cosa si sia notata. Poi per sperimentare qualcosa di nuovo. Per me e per voi, se la storia vi piacerà. Per togliermi la curiosità di vedere se sono capace. Per giocare un po’ con uno stile che proprio non mi si addice, ma che tanto va di moda tra gli scrittori moderni. Per prenderli in giro, gli scrittori moderni.
Per dare uno sfogo ai miei pensieri che non sia un semplice metterli sul blog a casaccio, ma ordinarli in un qualcosa che abbia una minima parvenza di unitarietà. Perché mi piaceva l’idea di una confraternita di vegetariani. Perché già solo il nome “cucurbitacea” mi fa sorridere e mi ricorda quando ero piccolo e leggevo continuamente i fumetti della disney: c’era una storia tra le mie preferite di Clarabella alle prese con una gigantesca zucchina. La storia era chiamata proprio “Clarabella e la gara delle cucurbitacee”, chissà quante volte l’ho riletta. E ridevo di gusto ogni volta. Non le fanno più le storie a fumetti di una volta, e lo scrivo anche a costo di sembrare vecchio e triste, tanto so benissimo di non esserlo.
Perché i capitoli mischiati?
Perché leggendo della teoria di quei fisici di cui parlo nel secondo capitolo mi è venuto in mente di fare così, perché l’idea di scrivere essendo cosciente che sto parlando di cose su cui ha già influito un qualcosa che ancora non conosco (perché ancora non l’ho scritto), cioè un qualcosa di futuro, mi affascinava. Nello pseudolibro potevo mettere in pratica la teoria e far provare a chiunque stesse leggendo cosa si sente a immaginare di ritrovarsi in qualcosa del genere. Qualcosa dove si è influenzati da cose che devono ancora avvenire, in un futuro che ormai significa soltanto “non ancora percettibile”, ma già esistente, già decretato, già influente.
Perché per me, persona incredibilmente smemorata e confusionaria (riguardo gli avvenimenti della mia vita) questa è la normalità: volevo vedere se era possibile mettere per iscritto la cosa, volevo vedere se riuscivo in qualche modo a farla capire a qualcun altro. Perché così se questa storia arriverà fino alla fine di certo non mancherà l’effetto sorpresa. Perché come ho scritto, sempre nel secondo capitolo, “se non hai in mente di dare un senso a ciò che fai, allora sei libero. Libero di scrivere, vivere, decidere, qualsiasi cosa ti viene in mente diventa quella il senso, anche se solo per il momento.” E per me che ho sempre visto un senso in ciò che faccio era una sensazione da provare.
Improvvisato come il miglior jazz e come i quadri di Kandinskji che adoro. Improvvisazioni, proprio così li chiamava, dopo che li aveva dipinti ascoltando musica dodecafonica. Chi potevo avere come pittore preferito se non lui? Lui unito a Gauguin, per la forza dei colori che usa, perché non li vedeva quei colori, ma li usava come fossero la cosa più normale del mondo. E li azzeccava, anche. Perché Gauguin era uno di quelli che si chiedeva il perché, secondo me. E come lui Kandinskij, che il perché l’aveva trovato nella musica. Io no. Io il perché l’ho trovato in Alto e ho sempre cercato di tenerlo fisso davanti agli occhi, ma in questo psudolibro volevo provare qualcosa di diverso. Ecco il perché del non senso apparente, dei capitoli mischiati, di una storia che si capisce a spizzichi e bocconi, dei pezzi mancanti, delle parti che arrivano dopo a spiegare quelle precedenti.
Ecco il perché di Belvedere, che è immaginario, ma esiste davvero. Esiste in quanto funzionale alla storia. Così come tutto quello che scrivo, mentre lo scrivo e mentre voi lo leggete, esiste. Vuoi mettere che sensazione di potenza? Come la musica che appare di colpo solo quando inizi a pizzicare le corde, ma prima non c’era. Vi siete mai chiesti che cosa ci troveremmo a pensare se non l’avessimo mai sentita prima la musica? Il primo che per sbaglio ha pizzicato una corda tesa che avrà pensato? Il primo che ha sentito il vento fischiare attraverso una canna che avrà pensato? E in quale preciso istante un uomo ha cominciato a battere a tempo su un tronco cavo?
Perché? La musica non serve mica a vivere, e nemmeno le storie. Però a rileggere questa introduzione servono a molte cose, vitali o no non importa. Il caso non ha mai avuto molta importanza nella storia secondo me, e nemmeno la necessità, secondo me. Il caso non esiste, secondo me.
13/07/2007