11 gen 2012

It’s the end of the world as Gervaso knows it!

di Subbaqquo in Cronache sottomarine

Comunque lui si sente bene.

Bisogna dire che da quando è iniziato l’anno corrente Gervaso non vuole più andare a dormire per paura di perdersi la fine del mondo. Incurante dei miei tentativi di dissuasione, ieri ha persino montato un paio di sedie sul tetto per godersi meglio la vista: le ha proprio inchiodate alle tegole per evitare di cadere giù. Avete presente quelle sedie richiudibili in tela con un buco sul bracciolo destro per infilarci le bottiglie? Due di quelle in questo momento sono sul tetto di casa mia a prendere il vento.

Gli ho chiesto il perché della seconda sedia, spiegando che ho nessuna intenzione di sedermi sul tetto, ma lui ha ribattuto che la sedia non è per me. Non ho capito se ha reagito così solo per ripicca o davvero mi nasconde qualcuno.

Dopo aver sistemato le sedie ha anche comprato un paio di casse da sei di birra da consumare durante lo show. Le ha nascoste da qualche parte in soffitta, pensa lui, ma io le ho trovate subito e me le sono bevute con un paio di amici l’altra sera. Quando stamattina non le ha più trovate (ogni tanto va a controllare se c’è tutto), invece di sospettare di me l’ha subito preso come un segno dei tempi ed ora sono già parecchie ore che rimane seduto lì sopra, convinto che la fine sia questione di minuti ormai.

Gervaso-e-la-fine-del-mondo

Penserete che sono cattivo a non spiegare che le birre le ho semplicemente bevute io, ma secondo me prendere un po’ di freddo al cervello non può che fargli bene, sapete, così magari impara a fidarsi meno di queste cose che nemmeno i puffi.

W i Subbaqqui…

P.S. Come sempre si ringrazia And per l’illustrazione.

22 nov 2011

La convoluzione del Subbaqquo

di Subbaqquo in Analisi scientifica del metodo universitario

Dal libro “Analisi scientifica del metodo universitario”, di K. Fitzstrobel e R. Tagaserod. Note di copertina. (Puntate precedenti)

Naufaragato qui, su quest’isola spartitraffico
nessuno mai noterà gli s.o.s. di fumo della mia sigaretta

Ad oggi riconosco un momento preciso nella mia vita da studente. Capitò un giorno in cui ricordo di aver pensato orgogliosamente: ho imparato tutto quello che l’università e i professori hanno da insegnarmi. Tutto. Come ho scritto, al momento ne ero orgoglioso, non immaginavo il cataclisma che una sensazione del genere avrebbe provocato. Lì per lì pensavo addirittura che fosse una consapevolezza idiota, per di più poco umile e sicuramente poco utile.

malgrado il flusso incessante di auto
e i messaggi affidati ad una buona sorte che non ho
sigillati in bottiglie di plastica col tappo a vite
gettate qui da qualcuno di voi…

Quel “poco utile” finale, mentre lo pensavo, era comunque la prova che c’era qualcosa ormai di definitivamente ingegneristico in me. Pensare all’utilità persino di una sensazione, che roba da arido tecnico. Sicuramente gli anni in quel posto maledetto mi hanno cambiato, molto probabilmente in peggio. Grazie a Dio ho sempre bilanciato con tutti i millemila interessi che con quello schifo c’entrano poco o niente. Anche se forse è questo che mi ha fregato, come minimo ha contribuito.

fatevi fottere, voi e le vostre berline in leasing
non sapete ciò che rischiate
quando finirò le paglie mi trasformerò in un mostro sanguinario
che sgozza le sue vittime con i denti al semaforo rosso
rosso come il vostro sangue, rosso come, rosso come
rosso come il fuoco…

Sapere che quello che stai facendo alla fin fine è al 90% roba fatta da burocrati, per i burocrati e che non arricchisce nessuno, nemmeno i burocrati stessi, mentre in qualche modo va a depredare il mio tempo. Sapere che è tempo buttato non aiuta, riconoscere che quello che hai davanti non è un sapere utile è qualcosa che l’università stessa mi ha insegnato.

sguardi di panico, grandi “no” fatti con le mani
ma non sono qui per pulire vetri
né per vendere accendini

Attualmente riconosco che tutto quello che so fare meglio l’ho imparato da solo. E questo posso riconoscerlo grazie all’università. Questa scoperta odierna l’ho chiamata “Teorema della convoluzione dello studente”. Sono un ingegnere elettrico specializzando e la cosa migliore che l’università mi ha insegnato è riconoscere cosa è utile tra le migliaia di nozioni che mi son dovuto bere.

se solo provaste a guardarmi negli occhi
notereste i lampi, i tuoni, la tempesta nella mia testa
a me resta qualche sigaretta, a voi qualche speranza…

Questa scoperta si è ritorta contro di me, purtroppo. Perché ha dato il via ad una totale, automatica disillusione e cinicità nei confronti di qualsivoglia apparato che d’ora in poi si proporrà come “utile per il mio futuro”. Mi dispiace doverlo ammettere, la cinicità non è qualcosa di cui essere fieri.

fatevi fottere, voi e i vostri alzacristalli elettrici
la mia testa può spaccare le pietre
quando finirò le paglie la mia metamorfosi vi stupirà
che sorpresa morire così al semaforo rosso
rosso come il vostro sangue, rosso come, rosso come… non ricordo più…

Niente deve essere giudicato a priori, mai. Tutto merita considerazione perché in tutto, in fondo, c’è davvero tanto di buono. Questo pensiero mi ha sempre aiutato a guardare avanti con fiducia e a non provare odio per niente e nessuno, ne sono sempre stato orgoglioso, l’ho sempre difeso, anche quando è capitato che chi mi era vicino voleva convincermi del contrario.

- assolo di chitarra -

Quando sono di fronte a qualcosa che non mostra niente di buono o bello, probabilmente la colpa è mia che non guardo bene. Anche questo l’ho sempre pensato. Anche questo mi ha molto aiutato a fare del mio meglio, ma ora devo arrendermi. Io in tutto il metodo universitario non ci trovo proprio niente. Vorrei davvero sapere cosa ne penserebbe un alieno, qualcuno che non essendo ormai immerso in una realtà del genere potrebbe giudicare con un minimo di obiettività e onestà intellettuale. Tutto questo gioco dell’analisi scientifica è stato bello e divertente. Oggi finisce. Grazie per l’ascolto.

fatevi fottere, voi e i vostri alzacristalli in leasing…
fatevi fottere, voi e le vostre berline elettriche…

W i Subbaqqui…

P.S. Si ringraziano Giorgio Canali e Rossofuoco per il sottofondo musicale a queste note di copertina.

20 mag 2011

Lo pseudolibro – X Capitolo

di Subbaqquo in Lo pseudolibro

Non dico tanto, ma non sono proprio stupido.

Alla fine Belvedere e Sonia hanno deciso di scappare, seguendo il mio consiglio, quello che il primo non aveva voluto ascoltare perché per la seconda sembrava essere ancora più pericoloso che stare qui. Lo avranno fatto per tenermi fuori da ogni cosa, al sicuro da ogni ritorsione o eventuale trasversalizzazione. Dopotutto il maggior timore era questo. Mica altro. Ma per me, non per loro. Scappati chissà dove e soprattutto come. E mi risponde il giornale di oggi. Pare che non ce l’abbiano fatta dopotutto a salvarsi, da come è scritto in un articoletto di cronaca in sesta pagina. Praticamente poco più importante dello sport.

Chiamasi sport: circolo vizioso di soldi ed interessi pubblicitari, se ti va bene, che di facciata pretende di proporsi come uno spettacolo per gli idioti che tengono a queste cose. Magari non sono tutti uguali, gli sport e nemmeno gli idioti, ma gli sport più seguiti son così.

Per esempio a me piace il motociclismo: 250, motogp e quelle cose lì. Ciò vuol dire che sono idiota anch’io.

***

Adesso posso dirlo, alla fine di questo pseudolibro, sebbene manca ancora il primo capitolo. Che a questo punto la fine è diventata l’inizio. Speriamo che non sia una fine fine a se stessa. Ecco, diciamo così. Speriamo che qualcosa dopotutto conterà. Altrimenti non capisco che motivo ci sia a scriverla.

Rileggendo il quadernino verde vomito si sono chiarite molte cose, ora che conosco la storia di Sonia. Ora conosco anche la storia di Belvedere. Bastava ricostruirla tra gli appunti di Astolfo e le parole di Sonia, quel pomeriggio che eravamo a casa sua. Cretino che sono. Belvedere. Belve De Re. Già. Ora capisco anche il perché dell’evidenziatura di Astolfo su quelle parole nel quadernino verde vomito.

Che cosa alla Romeo e Giulietta, che cosa scontata da Shakespeare in poi. I due rampolli, ultimi discendenti di due famiglie in lotta da tempo, che si innamorano. E l’odio delle due famiglie che impedisce loro di amarsi. Non so voi, ma per me questa storia a questo punto ha perso qualsiasi interesse. Dico davvero, non giusto per dire. E poi non mi piace che lo pseudolibro parli, alla fin fine, di una storia d’amore.

Lo sapevate che il 78% degli uomini quando si parla d’amore preferisce cambiare discorso? No, non lo sapevo nemmeno io prima di inventarmi questa percentuale.

Io sono comunque molto più credibile di studio aperto.

Confuso e felice come una qualsiasi Carmen Consoli della prima ora, a questo punto bisogna decidere di cosa parlare nella seconda metà di questo ultimo capitolo dello pseudolibro, che poi è il penultimo, e nel primo capitolo sempre dello pseudolibro, che poi è l’ultimo. Confusione, confusione e il mattino ha l’oro in bocca. Peccato che io scrivo sempre di sera, altrimenti potrebbe essere più facile e tra questo capitolo ed il precedente, che poi è il precedente davvero, non sarebbero passati più di tre anni. Intendo anni reali, non nella storia.

***

Secondo me non è importante in realtà la storia di per sé che si può leggere all’interno di uno pseudolibro, anche perché non sarebbe altrimenti uno pseudolibro, ma bensì un libro. Di conseguenza potremmo supporre, con una certa supponenza nevvero, che l’importante è un po’ il tempo che si passa a scrivere e i ricordi che il nostro cervello collega a ciò che abbiamo scritto. O a ciò che qualcun altro ha scritto e che noi leggiamo.

O meglio possiamo dire che in realtà uno pseudolibro, a differenza di un meno nobile, semplice libro, è importante in quanto è costato tempo e impegno, e in quanto scandisce momenti belli della vita dello strampalato scrittore, piuttosto che del malcapitato lettore.

Gioite con me di questa pensata, ora, se avete il coraggio. O il tempo anche.

24 gen 2011

Lo pseudolibro – Introduzione

di Subbaqquo in Lo pseudolibro

Devo ammetterlo.

Ebbene, questa introduzione allo psudolibro l’ho scritta molto tempo fa, dopo il terzo capitolo (il terzo di nome, non il terzo capitolo postato) per la precisione, e non alla fine come avevo detto nella introduzione quella vera. Non sto scrivendo adesso, insomma, che (forse) vi sono arrivati già tutti i capitoli sul blog e voi state leggendo. In realtà io ora non li ho ancora scritti.

Epperò sono qui, che ho deciso di scriverne l’introduzione.

Perché?

Vi chiederete voi.

Perché volete mettere? Una introduzione che si propone di spiegare il motivo, la causa scatenante di uno pseudolibro qualsiasi, ed è scritta ancor prima che l’autore abbia in mente la benché minima idea di come la storia finirà. È una cosa senza precedenti questa. Perché volete mettere l’emozione che si prova a commentare un racconto che non hai ancora finito di scrivere? Perché se davvero mai finirà e quindi voi leggerete questa cosa, volete mettere la sorpresa che proverete a leggere una introduzione del genere?

Ma intanto improvvisiamo, come al solito.

Perché ho scritto questo pseudolibro.

Perché una storia è una storia e niente di più, ma aldilà della storia c’è un significato, indipendente dalla storia e quindi non mi interessa la fine delle avventure mie e di Belvedere per spiegarvelo.

Innanzitutto per divertirmi. Scrivere cavolate mi piace e credo che sul blog questa cosa si sia notata. Poi per sperimentare qualcosa di nuovo. Per me e per voi, se la storia vi piacerà. Per togliermi la curiosità di vedere se sono capace. Per giocare un po’ con uno stile che proprio non mi si addice, ma che tanto va di moda tra gli scrittori moderni. Per prenderli in giro, gli scrittori moderni.

Per dare uno sfogo ai miei pensieri che non sia un semplice metterli sul blog a casaccio, ma ordinarli in un qualcosa che abbia una minima parvenza di unitarietà. Perché mi piaceva l’idea di una confraternita di vegetariani. Perché già solo il nome “cucurbitacea” mi fa sorridere e mi ricorda quando ero piccolo e leggevo continuamente i fumetti della disney: c’era una storia tra le mie preferite di Clarabella alle prese con una gigantesca zucchina. La storia era chiamata proprio “Clarabella e la gara delle cucurbitacee”, chissà quante volte l’ho riletta. E ridevo di gusto ogni volta. Non le fanno più le storie a fumetti di una volta, e lo scrivo anche a costo di sembrare vecchio e triste, tanto so benissimo di non esserlo.

Perché i capitoli mischiati?

Perché leggendo della teoria di quei fisici di cui parlo nel secondo capitolo mi è venuto in mente di fare così, perché l’idea di scrivere essendo cosciente che sto parlando di cose su cui ha già influito un qualcosa che ancora non conosco (perché ancora non l’ho scritto), cioè un qualcosa di futuro, mi affascinava. Nello pseudolibro potevo mettere in pratica la teoria e far provare a chiunque stesse leggendo cosa si sente a immaginare di ritrovarsi in qualcosa del genere. Qualcosa dove si è influenzati da cose che devono ancora avvenire, in un futuro che ormai significa soltanto “non ancora percettibile”, ma già esistente, già decretato, già influente.

Perché per me, persona incredibilmente smemorata e confusionaria (riguardo gli avvenimenti della mia vita) questa è la normalità: volevo vedere se era possibile mettere per iscritto la cosa, volevo vedere se riuscivo in qualche modo a farla capire a qualcun altro. Perché così se questa storia arriverà fino alla fine di certo non mancherà l’effetto sorpresa. Perché come ho scritto, sempre nel secondo capitolo, “se non hai in mente di dare un senso a ciò che fai, allora sei libero. Libero di scrivere, vivere, decidere, qualsiasi cosa ti viene in mente diventa quella il senso, anche se solo per il momento.” E per me che ho sempre visto un senso in ciò che faccio era una sensazione da provare.

Improvvisato come il miglior jazz e come i quadri di Kandinskji che adoro. Improvvisazioni, proprio così li chiamava, dopo che li aveva dipinti ascoltando musica dodecafonica. Chi potevo avere come pittore preferito se non lui? Lui unito a Gauguin, per la forza dei colori che usa, perché non li vedeva quei colori, ma li usava come fossero la cosa più normale del mondo. E li azzeccava, anche. Perché Gauguin era uno di quelli che si chiedeva il perché, secondo me. E come lui Kandinskij, che il perché l’aveva trovato nella musica. Io no. Io il perché l’ho trovato in Alto e ho sempre cercato di tenerlo fisso davanti agli occhi, ma in questo psudolibro volevo provare qualcosa di diverso. Ecco il perché del non senso apparente, dei capitoli mischiati, di una storia che si capisce a spizzichi e bocconi, dei pezzi mancanti, delle parti che arrivano dopo a spiegare quelle precedenti.

Ecco il perché di Belvedere, che è immaginario, ma esiste davvero. Esiste in quanto funzionale alla storia. Così come tutto quello che scrivo, mentre lo scrivo e mentre voi lo leggete, esiste. Vuoi mettere che sensazione di potenza? Come la musica che appare di colpo solo quando inizi a pizzicare le corde, ma prima non c’era. Vi siete mai chiesti che cosa ci troveremmo a pensare se non l’avessimo mai sentita prima la musica? Il primo che per sbaglio ha pizzicato una corda tesa che avrà pensato? Il primo che ha sentito il vento fischiare attraverso una canna che avrà pensato? E in quale preciso istante un uomo ha cominciato a battere a tempo su un tronco cavo?

Perché? La musica non serve mica a vivere, e nemmeno le storie. Però a rileggere questa introduzione servono a molte cose, vitali o no non importa. Il caso non ha mai avuto molta importanza nella storia secondo me, e nemmeno la necessità, secondo me. Il caso non esiste, secondo me.

13/07/2007

20 gen 2011

Auguri bloggherello caro

di Subbaqquo in Pubblicità

Evviva.

Finalmente il Rieducational Blog è di nuovo tutto intero. Vi chiederete di cosa sto parlando, ebbene finalmente ho finito di importare tutti i vecchi post dalle vecchie versioni del blog. Insomma è tempo di numeri e statistiche.

Contando quello che state leggendo ora, il Rieducational Blog contiene 350 post (non male direi), dei quali 222 del sottoscritto e 127 di Riccardo, collaboratore di lunga data del blog. Per ora è ancora l’unico a collaborare, ma non si sa mai, colgo l’occasione per ricordare che sarei sempre molto contento di pubblicare dei post di nuove persone nel mio blog. Purtroppo non sono riuscito a conservare tutti i commenti, quindi riguardo questi ultimi i numeri non sono realistici, sono riuscito a salvarne solo 1083.

Conseguenza della completata importazione è che i link presenti nella sezione Prove Tecniche di Scrittura (PTS) mostrano ora effettivamente tutti  i post di ogni “serial”. A questo proposito ho anche trovato un errore nel pdf sui Numeri Periodici, nel quale mancava un post, ora inserito.

Un’altra conseguenza sarà che probabilmente verranno rilasciati gli ultimi tre post a conclusione dello Pseudolibro, con modalità e tempistiche che non sto qui ad anticipare, e magari anche qualche nuova puntata dell’Analisi scientifica del metodo universitario.

Buona navigazione a tutti nel Rieducational Blog.

W i Subbaqqui…