11 ott 2011

Great balls of fire. Nel 2011

di Subbaqquo in Musica

Oggi il Subbaqquo vuole scrivere di un gruppo poco conosciuto, i Psychic Paramount (link al myspace), i quali si sono guadagnati un posto fisso nelle sue scalette VLC da un paio d’anni a questa parte.

I Psychic Paramount sono nati nel 2005 dalle ceneri dei Laddio Bolocko, un gruppo ancora più sconosciuto dedito ad un genere non meglio specificato tra il noise, l’acid e il post-rock, nonché qualche spruzzo di free jazz che non ci sta mai male. I pezzi suonati fondamentalmente erano jam dalle strutture completamente libere, ma per il Subbaqquo con quel nome avrebbero anche potuto suonare pop rimanendo degni di ammirazione.

All’inizio di quest’anno, ma colpevolmente il Subbaqquo non l’aveva ascoltato prima di ieri, è uscito l’ultimo album di questo trio statunitense capace di creare tanto di quel casino che viene da pensare siano rinati gli MC5. L’album, il loro secondo lavoro,  si chiama semplicemente “II”.

Se nel disco del 2005 “Gamelan Into The Mink Supernatural” i Psychic Paramount erano riusciti a fondere il formato post-rock dei gloriosi Slint (Spiderland è uno dei dischi preferiti del Subbaqquo, sapevatelo!) con tempi, ritmiche e sonorità degne di Hendrix, Blue Cheer e già citati MC5[1], addesso il Subbaqquo ha di che ricredersi. Da qui lo spunto per scriverci un post, che non fa mai male.

In questo “II” la base per le jam dei tre musicisti non è più il violento hard rock (a tratti quasi metal) del 2005, bensì un molto più intelligente free jazz. Se il disco ci guadagna in ricercatezza e complessità, ci perde ovviamente in immediatezza e rumore. Lo stesso Subbaqquo non saprebbe dire quale delle due direzioni si è rivelata più appagante per l’ascoltatore, certo è che musicisti di questa bravura possono suonare un po’ quello che vogliono senza problemi.

Puramente strumentale come “Gamelan Into The Mink Supernatural”, “II” è introdotto dai quasi 6 minuti si Intro/Sp, che subito ricordano l’orientamento slinteggiante del gruppo. Le velocità sono però più che doppie, come da copione, e quindi l’effetto è molto più distruttivo. I paesaggi evocati sono davvero alienanti, d’altronde stiamo parlando di post-rock suonato a bpm da hardcore e di certo non si tratta di tracce da ascoltare in spiaggia con un ghiacciolo al limone, a meno che non si vogliano alimentare i propri naturali istinti omicidi dovuti alle radio degli stabilimenti a tutto volume.

DDB prende improvvisamente corpo in un’amalgama di sottofondi sonori che continuano per i primi tre minuti del pezzo. Le note del fraseggio di chitarra iniziale sono prese in prestito dai Grateful Dead più acidi, ma presto la sezione ritmica squarcia tutto e spinge, tra uno spasmo e l’altro, i restanti sei minuti a mille km orari. Immenso il groove continuo del basso. Chitarra Hendrixiana fino alla fine e batteria vicina all’esaurimento.

A questo punto l’introduzione ordinata e sincopata di RW è aria per il cervello, il ritmo è intricato e originale, nonstante la ripetitività non risulta noioso, i tintinnii e le schitarrate dominano il pezzo. Solite esplosioni della sezione ritmica qua e là: ecco che il free jazz che vien fuori…

N5 e N6 sembrano un po’ riempitive rispetto alle altre tracce, forse sono meno ispirate, forse il Subbaqquo non ha colto quello che i musicisti volevano dire, sta di fatto che non c’è molto di nuovo rispetto alle tre precedenti. N6 riprende a tratti sonorità del primo album, distorsioni allucinanti e muri sonori non indifferenti, ma il risultato è sempre lo stesso ed anche qui il tutto si risolve in un pensoso finale per “batteria ed elicottero in fiamme”. Rimane il perfetto esercizio stilistico dei tre.

Isolated, che in realtà è continua a N6 quindi non è isolata proprio per niente, riporta per quattro minuti la mente all’improvvisazione selvaggia. Se la sezione ritmica è da MC5 e Stooges degli anni d’oro, la chitarra suona pienamente da anno 2011.

N5 Coda chiude il disco, free jazz a manovella. Giusta conclusione del discorso per un album come questo: il sound è rimasto selvaggio, ma in “II” gli strumenti sono guidati più dal cervello che dallo spirito. Gli appassionati del genere ci guadagneranno che si riesce tranquillamente ad ascoltare primo e secondo disco del gruppo uno dopo l’altro,  si consiglia come al solito di inframezzarli con una canzone di Tiziano Ferro[2].

W i Subbaqqui e buon ascolto…

 

[1] In realtà Gamelan è un disco molto più complesso (ci sono persino svariati minuti di cosmic-rock dentro), ma in questo post si parla di un altro album, quindi è fortemente consigliato ascoltarlo per farsi una idea meno superficiale, sempre se interessa il genere.
[2] Fate riferimento al footer del rieducational blog o a questo post.

18 mag 2011

Lo stupore, ascoltando un disco pop, è ancora possibile

di Subbaqquo in Musica

Per chi segue da tempo il mio blog non è una novità che tra i pochi musicisti pop-rock che sopporto c’è un certo Ben Harper, cantautore statunitense dalla ormai lunga carriera, che pochi giorni fa ha pubblicato il suo decimo album.

Ebbene nel mio rapporto con la musica di Harper ci sono stati alti e bassi, ma ai suoi dischi rimarrò sempre legato perché bene o male hanno letteralmente scandito la mia vita personale (e anche musicale) negli ultimi anni, nonché segnato il mio modo di suonare e intendere la chitarra.

Non voglio dilungarmi in una recensione di quest’ultimo “Give till it’s gone”, ma una cosa devo ammetterla: stavolta Harper mi ha stupito. Si è liberato dei gruppi spalla (i gloriosi, storici Innocent Criminals e gli enormemente inferiori Relentless Seven – tornando dopo vent’anni al punto di partenza) e ha dato alla luce un album che se non fosse suo mi avrebbe sbalordito. Invece al suo ascolto ho solo sorriso compiaciuto. Ciò che penalizza Harper ai miei occhi è che album come “Welcome to the cruel world”, “Fight for your mind” e “The will to live” hanno completamente divelto la mia concezione di musica pop-rock (all’epoca non conoscevo ancora i capolavori storici dei ’60/’70), e quindi dalla sua chitarra rimmarrò sempre in attesa di un capolavoro. Ciò che mi fa rivalutare, nel bene e nel male, ogni suo singolo album, è che riesce ad essere contemporaneamente vitale, diretto e pieno di tensione esplorativa all’interno di un genere, il pop appunto, che ormai salvo rare eccezioni non fa altro che riciclare se stesso.

Se non fosse per le deprimenti collaborazioni con Ringo Starr (immagino celebrate da un po’ qualsiasi critico musicale come le punte massime dell’opera) questo album sarebbe davvero vicino al perfetto equilibrio che ogni capolavoro della musica pop dovrebbe mantenere. Quell’equilibrio inventato da Bob Dylan in Blonde on Blonde, per intenderci. Invece questi due pezzi stonano proprio: quasi nove minuti di noia sono troppi nei cinquanta totali del disco. Gli scarafaggi continuano a far danni ancora oggi.

Resta lo stupore per una lunga carriera musicale dagli standard sempre così elevati, cosa rara oggigiorno (fatta eccezione per i soli REM, forse) e per una capacità di trasporre sinceramente se stessi in musica che solo pochi cantautori anno.

Se non ho capito male, dopo questo album il contratto di Harper con la Virgin dovrebbe essere scaduto. Speriamo abbia il coraggio di affidarsi ad una etichetta meno prestigiosa, ma che gli consenta maggiore libertà espressiva.

W i Subbaqqui…

19 dic 2010

Ad libitum

di Subbaqquo in Musica

if there’s a word for you
it doesn’t mean anything
I’ve got some words for you
they don’t offer anything
you cold called everybody
but you haven’t sold a thing
a bad idea gone funny
a pinch felt in a dream
you thought of everything but some things can’t be thought
you thought of everything but one thing you forgot is you’re wrong

and you better not be angry
and you better not be sad
you better just enjoy the luxury of sympathy
if that’s a luxury you have
and you know no private bad
you know that that’s the meaning of you’re done
in a world that’s not so bad
in a world time was killing in the sun
in a world that’s not so bad
in a world time was killing in the sun
in the sun
in the sun
you took all that moment
and you kept it in the sun
now it’s gone because you left it in the sun
was a brave idea
didn’t mean no harm
now it’s burnt because you left it in the sun
was a grave mistake
but how could you have known
the temperature, the distance of the sun

Velvet Waltz, Built To Spill

20 ott 2010

Accozzaglieria musicaglia

di Subbaqquo in Musica

Salve (oggi mi sento educato).

Poco fa ascoltando Ocean Songs dei Dirty Three non ho potuto fare a meno di notare come la sesta traccia (Last Horse on the Sand) dell’album abbia la stessa progressione (ed anche la melodia è molto simile) di The Tourist, dal famoso Ok Computer dei Radiohead.

Con questo non voglio dire niente di ché, insomma non è che sto qui a sgamare plagi, assolutamente. Anzi penso che Ocean Songs (ne approfitto per consigliarne l’ascolto) sia anche un miglior album rispetto ad Ok Computer. Mi sembra solo strano che con tutta ‘sta smania di mettere Ok Computer al centro della musica del decennio passato, nessuno abbia mai notato questa cosa.

Eppoi perché a me, quando canto, non viene da fare quegli spasmi muscolari come quel cantante lì dei testa di radio? Mi pare una domanda legittima.

W i Subbaqqui…

28 set 2010

Acquisti londinesi

di Subbaqquo in Musica

Un bel “ciao miao bao” alla zucchina che mi indovina i cinque titoli nei commenti.

Come potete vedere trattasi di acquisteria musicaglia londinese.

W i Subbaqqui…